Quanto impiega una bottiglia di plastica a degradarsi in mare?

Quanto impiega una bottiglia di plastica a degradarsi in mare?

Ogni anno, milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, trasportate da fiumi, venti, scarichi urbani e da un’abitudine purtroppo ancora diffusa: l’abbandono dei rifiuti. L’inquinamento marino da plastica è una delle emergenze ambientali più gravi e silenziose del nostro tempo.

Si stima che ogni anno tra 8 e 12 milioni di tonnellate di plastica raggiungano gli oceani, formando le cosiddette isole di plastica. Di questa massa di rifiuti galleggiante e sommersa, una parte significativa è costituita da bottiglie di plastica. Ma sapete quanto impiega una bottiglia di plastica a degradarsi in mare?

La risposta è sconvolgente. Vediamo quanto possono diventare pericolosi per l’ambiente questi oggetti comuni e quotidiani.

Quanto impiega una bottiglia di plastica a degradarsi in mare

Una bottiglia di plastica può impiegare fino a 450 anni per degradarsi completamente in mare. Lo affermano numerosi studi scientifici e istituzioni ambientali internazionali. Ma la notizia più sconcertante è che una volta degradata, la plastica continua ad essere inquinante per il pianeta perché le molecole che costituivano il polimero una volta decomposte si slegano l’una dall’altra e fluttuano singolarmente nel mare. Infatti, la plastica non sparisce mai davvero ma si frammenta in pezzi sempre più piccoli, invisibili ma letali, le microplastiche, che vengono ingerite da pesci, tartarughe, uccelli marini, provocandone il soffocamento. Entrano nella catena alimentare e, alla fine, tornano sulle nostre tavole.

Altri rifiuti che finiscono in mare: quanto impiegano a degradarsi?

Purtroppo, nelle spiagge e in mare la bottiglia di plastica, che abbiamo detto impiega fino a 450 anni a decomporsi, non è il solo materiale che inquina. Qui di seguito trovate una lista con i più comuni rifiuti e il relativo tempo medio di decomposizione. Noterete che per alcuni non basta una vita intera affinché spariscano dalla terra e questo significa che il problema si ripercuote sulle generazioni di domani.

  • Sacchetto di plastica: 10 – 20 anni
  • Rete da pesca (nylon): circa 600 anni
  • Lattina di alluminio: 80 – 200 anni
  • Bottiglia di vetro: fino a 1 milione di anni (o mai)
  • Mozzicone di sigaretta: 1 – 8 anni
  • Cannuccia di plastica: circa 200 anni
  • Pannolini usa e getta: 400 – 500 anni
  • Mascherine chirurgiche: 400 anni circa
  • Carta (es. fazzoletti, imballi): 2 settimane – 3 mesi
  • Gomma da masticare: circa 5 anni

Da cosa dipende il tempo di decomposizione

Queste che abbiamo appena visto sono delle stime in quanto i tempi di degradazione variano a seconda:

  • Delle condizioni ambientali del posto in cui si trova il rifiuto (se si trova a terra o in mare).
  • Se si trova in superficie sarà esposto alla luce solare e agli agenti atmosferici.
  • Se si trova a contatto con altri materiali.
  • Della temperatura e salinità.

Teniamo pulito il mare e le spiagge

Sapere quanto tempo impiega una bottiglia a degradarsi in mare ci deve far riflettere: la responsabilità è nostra e ogni gesto conta. Cosa possiamo fare?

Fare la raccolta differenziata, evitare la plastica monouso e raccogliere i rifiuti in spiaggia sono piccole azioni che possono salvaguardare l’ambiente marino e chi lo abita. Pensate alle tartarughe che restano intrappolate nelle reti da pesca o nei sacchetti, ai pesci pieni di microplastiche… occorre invertire la rotta.

Noi di Nieddittas rispettiamo il mare e il territorio perché consideriamo un dovere trasmettere ai nostri figli gli stessi valori e un mare e un ambiente se possibile ancora più puliti di quelli che abbiamo ricevuto in eredità. Attraverso una serie di iniziative concrete, come il monitoraggio continuo delle acque del Golfo di Oristano, la pulizia dei fondali marini, la trasformazione degli scarti di lavorazione delle cozze in risorse utili per l’ecosistema e il Percorso Naturalistico Corru Mannu che promuove l’educazione ambientale e il turismo sostenibile, l’azienda dimostra sia un impegno costante verso la sostenibilità ambientale e sia che è possibile coniugare attività produttive con la tutela dell’ambiente.

Come funziona l’orto sott’acqua?

Come funziona l’orto sott’acqua?

C’è chi coltiva un proprio orticello nel terrazzo di casa e chi invece ha pensato di progettarlo in un ambiente insolito: sott’acqua. A qualche metro di profondità, dove ci aspetteremmo solo pesci e alghe, si trova a Noli Ligure il Nemo’s Garden, il primo orto sott’acqua che ospita erbe aromatiche e ortaggi.

Scopriamo quando è nato, come funziona e i vantaggi di quest’idea che trasforma il mare da semplice sfondo naturale a risorsa preziosa per il futuro dell’agricoltura.

Il primo orto sott’acqua è italiano

Il primo orto sott’acqua è Nemo’s Garden, situato a Noli, in Liguria, come accennato in introduzione. Nato nel 2012 dall’idea visionaria di Sergio Gamberini, fondatore dell’Ocean Reef Group, un’azienda di attrezzature subacquee, questo esperimento è oggi il punto di riferimento mondiale per l’agricoltura sottomarina.

Altri progetti pilota si stanno sviluppando in diversi angoli del globo, sempre con l’obiettivo di adattare il sistema a diversi mari e climi.

Ma come funziona l’orto sottomarino?

Questo innovativo sistema di coltivazione subacquea è costituito da sei biosfere trasparenti in materiale vinilico (in grado di permettere il filtraggio dei raggi solari), ancorate al fondale e riempite di ossigeno, che fungono da serre. All’interno di questi orti, che stanno ad una profondità compresa tra 6 e 8 metri, le piante crescono e vengono coltivate con un sistema idroponico.

Con la sua temperatura costante, l’umidità abbondante e la luce filtrata, il mondo sommerso si rivela un ambiente sorprendentemente fertile, pronto a sostenere nuove forme di coltivazione sostenibile.

La biosfera è quasi completamente autosufficiente perché si autoalimenta tramite pannelli solari e pale eoliche. Inoltre, grazie alla temperatura stabile del mare, le condizioni di crescita rimangono costanti anche durante le stagioni fredde e non necessita di pesticidi.

Le biosfere subacquee possono contenere sulle mensole massimo 100 piante e le colture cresciute attraverso questa tecnica hanno una qualità dal punto di vista organolettico pari o addirittura superiore rispetto alle piante coltivate sulla terra.

Cosa si può coltivare nell’orto sott’acqua?

Gli orti sott’acqua vengono utilizzati per coltivare diverse piante: erbe aromatiche (come basilico, origano, menta, timo), diverse specie di insalate, pomodori, fagiolini, zucchine, alcuni funghi e fragole. Il primo esperimento è stato fatto con il basilico, poi pian piano si sono aggiunte altre colture, fiori e anche semi di tabacco.

Non tutto cresce bene nel fondo del mare, per cui sono state provate specie capaci di adattarsi a cicli di crescita brevi e all’ambiente chiuso delle biosfere. Non si esclude in futuro la possibilità di piantare colture più complesse.

I vantaggi dell’orto subacqueo

La coltivazione nel fondo del mare, seppur ancora sperimentale, rappresenta una risposta sostenibile alla scarsità di suolo coltivabile e ai cambiamenti climatici. Pensate a quei Paesi caratterizzati da scarse risorse idriche e che si sviluppano lungo la costa, oppure quei territori ricchi di zone umide non troppo profonde. Nelle biosfere subacquee l’acqua marina evapora condensandosi e trasformandosi in acqua dolce.

I vantaggi dell’orto sott’acqua sono numerosi:

  • Sostenibilità ambientale. Come sottolineato, non vi è nessun consumo di suolo fertile, comporta un basso uso di risorse e assenza di insetti e parassiti per cui nessun utilizzo di pesticidi o diserbanti.
  • Il sapore è più intenso rispetto alle piante coltivate in maniera tradizionale.
  • Le piante sono protette da eventi atmosferici estremi e i pesci non possono avvicinarsi perché le cupole sono chiuse.
  • La temperatura è costante anche d’inverno e l’orto è costantemente monitorato attraverso un sistema audio e video.

Tuttavia, questa coltivazione idroponica, cioè fuori suolo, presenta degli svantaggi:

  • Costi di installazione ancora elevati.
  • Manutenzione subacquea non semplice, che richiede immersioni e strumenti specializzati.

Una nuova frontiera in campo agricolo

L’orto sott’acqua è un banco di prova per nuove forme di agricoltura autonoma e sostenibile. Offre una risposta alla crescente domanda globale di cibo e alla necessità di ridurre l’impatto dell’agricoltura tradizionale sull’ambiente. Anche se è una tecnica ancora sperimentale, l’orto sottomarino potrebbe diventare una soluzione concreta perché favorisce lo sviluppo alimentare proteggendo l’ambiente.

Perché l’acqua del mare diventa verde?

Perché l’acqua del mare diventa verde?

Può capitare delle volte che invece del consueto blu o turchese, l’acqua del mare appaia di un colore verde brillante. Questo cambiamento cromatico è spesso indice di alterazioni nell’ecosistema marino. Scopriamo perché l’acqua del mare diventa verde, i rischi e cosa fare se ci si trova di fronte a questo fenomeno.

Perché l’acqua del mare diventa verde: le cause

La colorazione verde delle acque marine è generalmente dovuta al fitoplancton, una micro-alga alla base della catena alimentare, che a causa del cambiamento climatico può moltiplicarsi rapidamente dando origine a fenomeni noti come “fioriture algali”. Le cause di queste fioriture e dunque del mare verde sono:

  • Temperature elevate. Il riscaldamento delle acque superficiali favorisce la crescita del fitoplancton.​
  • Presenza eccessiva di nutrienti, come azoto e fosforo, provenienti da scarichi agricoli o urbani che contribuiscono alla proliferazione del fitoplancton.
  • Scarso ricambio delle acque, il ristagno o bassa circolazione marina che impediscono la dispersione delle alghe, accentuando il fenomeno.​

Queste condizioni possono provocare conseguenze negative per la fauna e flora marina, come ad esempio una minore capacità di fotosintesi delle altre alghe presenti sui fondali con conseguente incapacità di nutrirsi e di catturare l’anidride carbonica.

Mare verde: casi recenti in Italia

Nel luglio 2023, nel golfo di Napoli è stata osservata una colorazione verde del mare. Le analisi chimiche delle acque del mare, secondo quanto riportato dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpac), hanno rivelato una fioritura di fitoplancton non tossico, appartenente alla classe delle prasinofite, favorita da alte temperature anomale e scarsa circolazione delle acque. Si è quindi escluso, come inizialmente si pensava, la presenza anomala di escherichia coli o di enterococchi intestinali.

Ma questo non è l’unico episodio. Un fenomeno simile si è verificato anche a Pizzo, in Calabria, dove l’eutrofizzazione, ossia la proliferazione algale, causata da fertilizzanti usati in agricoltura e dalle acque reflue non depurate, ha portato a una colorazione verde del mare.

​Oltre i confini nazionali la situazione non è migliore. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e del National Oceanography Center britannico hanno dichiarato che circa il 56% della superficie marina globale è interessata da un cambio di colorazione, diventando sempre più verde. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature e ha preso in considerazione i cambiamenti delle acque oceaniche dal 2002-2022. Questi cambiamenti nella distribuzione e composizione delle alghe unicellulari e dei cianobatteri fotosintetici che producono il pigmento verde clorofilla sono attribuibili alla crisi climatica.

Come prevenire il fenomeno dell’acqua di mare che diventa verde

Da questi studi emerge l’importanza di monitorare e gestire le attività umane che influenzano la qualità delle acque marine e di ridurre l’inquinamento.​

Il mare verde è un segnale evidente di un’alterazione dell’ecosistema acquatico legato a fattori antropici e ambientali. Se vi capita di vedere con i vostri occhi questo fenomeno è consigliabile segnalarlo alle autorità competenti e sospendere le attività di pesca e balneazione fino a quando non vengono chiarite le cause.

È fondamentale comprendere i motivi e le conseguenze di questo problema per adottare misure preventive e mitigative, così da preservare la salute dei nostri mari e delle risorse che offrono.

Solo attraverso una gestione integrata e responsabile delle risorse idriche possiamo garantire mari sani e produttivi, anche per chi vive del mare e per il mare come noi di Nieddittas.

Cosa non si può fare in spiaggia?

Cosa non si può fare in spiaggia?

L’estate è ormai alle porte e milioni di italiani si preparano a scegliere la meta preferita per le vacanze. Per la maggior parte di loro la risposta è una sola: il mare. Nuotate nelle acque cristalline, relax sotto l’ombrellone, lunghe passeggiate al tramonto sulla battigia… la spiaggia è il simbolo per eccellenza delle ferie estive. Ma essendo un luogo pubblico, ci sono alcune regole da rispettare.

Ecco cosa non si può fare in spiaggia: comportamenti scorretti che possono contribuire alla rovina di un patrimonio naturale o disturbare il prossimo.

Cosa non si può fare in spiaggia: 13 regole generali

Esistono regole importanti per preservare la bellezza dei luoghi e la serenità di tutti. Chi non le rispetta può andare incontro a delle multe salate. Alcune azioni sono vietate solo in determinate spiagge, mentre altre sono cose che generalmente non si possono fare in spiaggia; per questo è bene leggere le ordinanze balneari e il regolamento del lido in cui si trascorre la giornata al mare.

In linea generale, nella spiaggia libera e privata non si può:

  1. Campeggiare o pernottare: piantare tende o dormire sulla spiaggia è proibito, a meno che non si tratti di aree appositamente predisposte.
  2. Abbondare rifiuti. Gettare immondizia in spiaggia o in acqua è sanzionabile e un grave gesto di inciviltà.
  3. Accendere fuochi o barbecue. Se vi è venuto in mente di organizzare una grigliata in spiaggia, magari per il giorno di Ferragosto, sappiate che è vietato per motivi di sicurezza e per prevenire incendi.
  4. Fumare. In alcuni comuni è vietato fumare anche fino a 10 metri dalla battigia. Si consiglia di controllare le regole del comune dove siete in vacanza, anche se generalmente il divieto è segnalato con cartello apposito in spiaggia. Ovviamente, anche dove è consentito fumare, è vietato abbandonare mozziconi di sigaretta sulla sabbia.
  5. Portare cani o altri animali. In molte spiagge non attrezzate o in orari non consentiti, non è possibile accedere con animali domestici.
  6. Prelevare sabbia, conchiglie o ciottoli. Raccogliere sabbia danneggia l’ecosistema costiero e ricordiamo che chi lo fa rischia sanzioni da parte della Capitaneria di Porto.
  7. Pescare. Per la pesca non professionale è necessario avere un’autorizzazione gratuita tramite il sito del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
  8. Ascoltare musica ad alto volume. Il rispetto della quiete altrui è fondamentale, soprattutto in luoghi pubblici; perciò, ascoltate la musica con gli auricolari e tenete un tono di voce basso per le conversazioni.
  9. Praticare giochi pericolosi o invadenti. Sport come il beach soccer o il lancio del frisbee sono spesso regolamentati per evitare disturbi o incidenti.
  10. Utilizzare shampoo o saponi nelle docce pubbliche. Sono vietati per evitare l’inquinamento delle acque marine.
  11. Sollevare la sabbia. Camminate lontano dagli altri bagnanti per evitare di alzare sabbia e controllate che i vostri bambini non corrano tra gli asciugamani degli altri.
  12. Lasciare l’ombrellone e attrezzature per più giorni consecutivi. Controllate le disposizioni specifiche del Comune in questione.
  13. Mangiare in spiaggia. Portare cibo e bevande non è vietato nella spiaggia libera, a patto che non si lascino rifiuti, ma può esserlo in alcuni stabilimenti balneari.

Preservare la spiaggia è un atto d’amore

Abbiamo visto cosa non si può fare in spiaggia, in compenso nulla vi vieta di godervi il sole, il relax, leggere un bel libro, fare il bagno e passeggiare sulla riva. Ricordate che preservare la spiaggia è il primo passo per continuare a viverla. Tenere pulite le spiagge non è solo una questione di civiltà, ma un atto d’amore verso l’ambiente e verso noi stessi.

Tra le tante destinazioni, il mare della Sardegna si distingue per la sua bellezza e natura selvaggia. Ma è proprio nei luoghi più belli che il rispetto per la natura diventa fondamentale. Per noi di Nieddittas la sostenibilità è un tema di estrema importanza: nella gestione dell’allevamento che si trova proprio in Sardegna, nel Golfo di Oristano, facciamo particolare attenzione anche al recupero degli elementi fissi che, a causa delle mareggiate, possono staccarsi dall’allevamento e depositarsi sul fondale marino. Le nostre procedure di qualità prevedono anche il controllo periodico e la conseguente pulizia dei fondali marini sotto i nostri vivai e più in generale nelle acque del Golfo vicine ai nostri allevamenti. Con queste operazioni di pulizia Nieddittas minimizza l’impatto dei vivai nell’ambiente del Golfo.

Il mare è un ecosistema fragile che è in pericolo a causa dell’inquinamento da plastica, e non solo, e per comportamenti irresponsabili. Ogni piccolo gesto può contribuire alla sua protezione e garantire un futuro sostenibile per la fauna marina e per le generazioni che verranno.

Cosa sono le alghe?

Cosa sono le alghe?

Quando pensiamo al mare, spesso immaginiamo distese infinite di acqua, pesci colorati, coralli dai colori accesi e le onde che si infrangono sulla costa. Raramente il nostro pensiero si sofferma su quelle forme di vita apparentemente semplici che popolano le acque di tutto il mondo: le alghe.

Etichettate frettolosamente come erbacce marine o utilizzate in alcune preparazioni culinarie, le alghe nascondono un universo di biodiversità, proprietà e un potenziale ancora inesplorato.

Preparatevi a cambiare prospettiva: questo approfondimento vi svelerà cosa sono veramente le alghe e perché rappresentano una risorsa inestimabile per il nostro pianeta.

Cosa sono le alghe

Le alghe costituiscono un insieme ampio di organismi vegetali elementari, che possono essere composti da una sola cellula (unicellulari) o da più cellule (pluricellulari), con dimensioni che variano da pochi micron fino ai 60 metri di lunghezza. La quasi totalità delle alghe genera ossigeno come risultato della fotosintesi clorofilliana e si trova diffusa in tutti gli oceani e i corsi d’acqua dolce.

La loro presenza sul nostro pianeta risale a tempi molto antichi, circa un miliardo di anni fa. Non a caso il termine “alghe” include sia le macroalghe, o alghe marine di dimensioni maggiori, sia le microalghe.

Queste ultime sono microrganismi unicellulari fotosintetici che vivono in ambienti salati o in acqua dolce e sono in grado di trasformare la luce solare, l’acqua e l’anidride carbonica in biomassa algale.

Svolgono un ruolo di fondamentale importanza nel sostenere la vita negli ecosistemi acquatici, in particolare le microalghe galleggianti che compongono il fitoplancton.

Quanti tipi di alghe esistono?

Le alghe si distinguono principalmente in base a come assorbono la luce in acqua, il che si riflette nella loro pigmentazione.

  • Le alghe rosse (rodofite), prevalentemente marine e partecipanti alla formazione delle barriere coralline, devono il loro colore alla ficoeritrina e si riproducono asessualmente tramite spore, con cicli vitali complessi.
  • Le alghe brune (feofite), tipiche dei mari freddi e capaci di raggiungere notevoli dimensioni, appaiono scure per la presenza di xantofille e caroteni che assorbono i raggi blu-verdi.
  • Le alghe verdi, considerate antenati delle piante terrestri per via dei pigmenti di clorofilla a e b e dell’accumulo di amido, comprendono sia forme unicellulari, sia forme pluricellulari.

La distinzione fondamentale tra macroalghe e microalghe risiede però nelle loro dimensioni e struttura cellulare: le macroalghe sono organismi vegetali acquatici grandi e pluricellulari, mentre le microalghe sono organismi piccoli unicellulari.

Un’ulteriore differenza significativa è la resa in olio, generalmente inferiore nelle microalghe rispetto alle macroalghe, che grazie alla loro semplicità strutturale crescono rapidamente e si adattano a diverse condizioni ambientali accumulando più lipidi.

Perché le alghe sono importanti?

Le alghe rivestono un’importanza davvero cruciale per l’ecosistema marino in quanto:

  • producono ossigeno: al pari delle piante marine, contribuiscono in modo significativo alla produzione dell’ossigeno disciolto negli oceani, elemento vitale per la sopravvivenza dei pesci, dei coralli e di tutti gli organismi marini.
  • sono una fonte di nutrimento: rappresentano la base della catena alimentare marina, fornendo sostentamento ai pesci, molluschi e una vasta gamma di altre creature marine.
  • partecipano alla lotta contro il cambiamento climatico: le alghe hanno la capacità di assorbire anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera. Quando il fitoplancton muore e si deposita sui fondali marini, una parte del carbonio assorbito viene “sequestrata”, contribuendo a mitigare l’impatto del cambiamento climatico.
  • supportano la vita di altri organismi: come nel caso delle zooxantelle, alghe che vivono in simbiosi con i polipi dei coralli, fornendo loro nutrimento e il caratteristico colore, essenziali per la loro sopravvivenza. La perdita di queste alghe provoca il fenomeno dello “sbiancamento” dei coralli.

Ma non finisce qui, le alghe sono preziose anche per l’uomo, offrendo svariati benefici grazie alle loro proprietà:

  • sono nutrienti: ricche di vitamine, minerali essenziali come calcio, iodio, magnesio e ferro, e proteine, le alghe sono consumate in diverse culture culinarie. Microalghe come la spirulina e la clorella sono considerate superfood per il loro elevato contenuto proteico, di aminoacidi essenziali e di antiossidanti.
  • hanno applicazioni mediche e industriali: grazie ai composti bioattivi che contengono, le alghe trovano impiego nell’industria cosmetica e farmaceutica, oltre che nella produzione di fertilizzanti e plastica biodegradabile.

È per questo motivo che noi di Nieddittas amiamo e rispettiamo il mare in cui siamo nati e che ci dà lavoro. I nostri allevamenti si trovano nelle acque del Golfo di Oristano, in un mare di straordinaria bellezza che tuteliamo e rispettiamo in ogni modo.

I nostri stabilimenti sorgono nel compendio di pesca di Corru Mannu, ad Arborea, una zona umida protetta demaniale la cui tutela e salvaguardia è affidata alla nostra azienda e che è considerata una best practice proprio per l’eccellente gestione naturalistica del compendio.

Che cos’è la venericoltura?

Che cos’è la venericoltura?

La venericoltura rappresenta un settore fondamentale dell’acquacoltura italiana (allevamento di pesci, crostacei, molluschi e altri organismi acquatici), con una tradizione radicata soprattutto nelle regioni costiere dell’Adriatico.

Scopriamo qualcosa di più su questa attività produttiva, l’andamento e le sfide del settore.

Cos’è la venericoltura: definizione

La molluschicoltura è una tipologia di acquacoltura che si suddivide in:

Con “venericoltura” si intende perciò l’allevamento di molluschi appartenenti alla famiglia Veneridae, la più numerosa della classe dei bivalvi con oltre 400 specie. Le aree di produzione possono essere lagune costiere, ambienti salmastri o anche tratti marini poco profondi, dove le condizioni ambientali sono favorevoli alla loro crescita. L’attività richiede una gestione attenta dell’ecosistema marino per garantire la sostenibilità e la qualità del prodotto finale.

La venericoltura in Italia

L’Italia è il primo produttore europeo di vongole veraci, secondo a livello mondiale dopo la Cina. La coltivazione della vongola verace filippina (Tapes philippinarum), introdotta volontariamente nel 1983, da sola rappresenta il 20% del mercato globale dei molluschi.  La produzione, dal valore annuo di 200 milioni di euro, è concentrata principalmente lungo le coste dell’alto Adriatico, in particolare nelle regioni Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

In Sardegna è raccolta soprattutto la verace europea. L’isola presenta un potenziale significativo grazie alla purezza delle sue acque e alla biodiversità marina, elementi fondamentali per una venericoltura di alta qualità.

Metodi di raccolta delle vongole

La coltivazione delle vongole veraci viene svolta unicamente a fondale. La raccolta dei molluschi in venericoltura può avvenire attraverso diverse tecniche:

  • Raccolta manuale: praticata in aree poco profonde, consiste nella raccolta a mano dei molluschi durante la bassa marea. Permette di selezionare il prodotto con cura e rispettare i fondali. Metodo utilizzato soprattutto dalle piccole imprese artigianali.
  • Rastrelli o draghe: strumenti meccanici trainati da imbarcazioni o a mano che permettono la raccolta su fondali più profondi.
  • Idrogetti e nastro girevole: dispositivi che utilizzano getti d’acqua per sollevare i molluschi dal fondale, facilitando la raccolta.

Questi metodi devono essere utilizzati in modo sostenibile per evitare danni agli ecosistemi marini e garantire la rigenerazione naturale delle popolazioni di molluschi.

Le vongole Nieddittas veraci nostrane “Ruditapes decussatus” sono pescate a mano, una per una, dalla sabbia in cui crescono. Come tutti i nostri prodotti, anche le vongole veraci nostrane garantiscono al consumatore la massima sicurezza e il pieno rispetto dei controlli e dei parametri previsti dalla legge. Si tratta infatti di un prodotto pescato e controllato secondo le nostre procedure di qualità.

Sfide e problematiche del settore

La venericoltura deve affrontare problemi multipli e complessi di tipo ambientale, sanitario e socioeconomico. Innanzitutto, è fondamentale che ci sia una buona circolazione idrica per la crescita e sopravvivenza delle vongole. Un ostacolo che può influenzare il movimento dell’acqua è rappresentato dalle macroalghe. Questo fenomeno si presenta specialmente negli ambienti lagunari eutrofici in primavera-estate.

Oggi una delle principali minacce che deve affrontare il settore è la proliferazione del granchio blu (Callinectes sapidus), una specie invasiva che ha causato danni rilevanti agli allevamenti di molluschi, in particolare lungo le coste dell’alto Adriatico, causando perdite stimate in decine di milioni di euro. Questo crostaceo alieno ha decimato le popolazioni di vongole mettendo in crisi l’intera filiera produttiva. Per questo le Istituzioni hanno introdotto misure di sostegno per le imprese colpite, tra cui contributi finanziari per compensare i danni subiti.

Le altre problematiche che interessano la venericoltura sono:

  • Cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature e le variazioni nelle salinità delle acque influenzano negativamente la crescita e la sopravvivenza dei molluschi.
  • Inquinamento. La presenza di sostanze inquinanti nelle acque, microplastiche e metalli pesanti, può compromettere la qualità dei molluschi e la sicurezza alimentare.
  • Concorrenza internazionale. I molluschi provenienti da paesi con costi di produzione inferiori possono ridurre la competitività del prodotto italiano.
  • Burocrazia e concessioni. Le difficoltà nell’ottenere o rinnovare le concessioni demaniali, spesso aggravate da normative poco chiare, rappresentano un ostacolo alla pianificazione aziendale.

Per affrontare queste sfide, è fondamentale investire in ricerca e innovazione, promuovere pratiche sostenibili e rafforzare le politiche di tutela ambientale.

Un comparto strategico

In conclusione, la venericoltura rappresenta un settore strategico per l’economia costiera italiana, con un potenziale significativo in termini di occupazione e produzione alimentare.

Le vongole veraci nostrane sono molto rinomate e richieste in tutta Italia per il loro gusto particolare e delicato. Oltre che essere una prelibatezza da sole, si prestano ad infiniti abbinamenti, ad esempio con i funghi o per la preparazione di sughi sfiziosi con cui condire la pasta. Scegliete il miglior pescato fresco Nieddittas e portatelo sulla vostra tavola! E con il nostro servizio a domicilio potete riceverlo direttamente a casa con consegna dedicata.

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