12 Gen 2022 | In evidenza, Magazine
Il fisico indiano Chandrasekhara Venkata Raman è stato il prima a domandarsi perché il mare è blu e a cercare una spiegazione. Quante volte ve lo siete domandati guardando quell’infinita distesa d’acqua? Se pensate che l’acqua del mare sia così perché riflette il colore del cielo allora dovete proseguire nella lettura perché scoprirete che non è esattamente così. La vera risposta è tutt’altro che banale.
I colori della luce solare
La luce del sole è formata da un insieme di onde luminose di colore diverso (onde elettromagnetiche) che sommate formano la luce bianca. Lo spettro elettromagnetico si divide in:
- Raggi gamma
- Raggi X
- Ultravioletti
- Raggi infrarossi
- Microonde
- Radioonde
L’occhio umano riesce a percepire i colori che vanno dal rosso all’arancione, passando per il gialllo, verde, blu, indaco e violetto. L’acqua assorbe bene certe lunghezze d’onda (rosso, arancione, giallo, verde). L’ultima ad essere assorbita è il blu. Le lunghezze d’onda associate al blu passano attraverso la colonna d’acqua facendoci vedere il mare proprio di quel colore. Queste possono raggiungere anche i 400 metri di profondità.
L’acqua del mare
Quindi perché il mare è blu? Possiamo rispondere sintenticamente dicendo: grazie alla luce del sole. Infatti, come dicevamo, le onde luminose di cui è composta la luce solare quando attraversano l’acqua del mare vengono assorbite dall’acqua stessa, alcune più velocemente. Quella blu resiste più a lungo perché ha una maggiore capacità di penetrazione ed è l’unica ad essere trasmessa attraverso la massa d’acqua, mentre le altre lunghezze d’onda vengono assorbite.
C’è da dire che ci sono altri fattori che influiscono sul colore del mare. In parte è vero che il mare riflette un po’ il colore del cielo, anche se solo in superficie. Infatti, il suo colore varia quando il cielo è nuvoloso rispetto a quando è sereno. Ma ciò che è importante è l’assorbimento e la diffusione della luce.
Inoltre, c’è da considerare anche la profondità del fondale: in mezzo all’oceano la luce non riesce ad arrivare più di qualche centinaio di metri e quindi vedremo l’acqua di un blu scuro; vicino alla costa, invece, magari in una delle tante meravigliose spiagge della nostra Sardegna, l’acqua ci apparirà di un azzurro-turchese, per via del riflesso del fondale marino.
Infine, un altro fattore che influenza il colore dell’acqua è la presenza di materiali. Ad esempio, se guardiamo il delta di un fiume il suo colore sarà più torbido e tendente al marrone a causa delle particelle di sabbia e argilla presenti in sospensione.
Nei mari del Nord c’è una minore penetrazione della luce dovuta anche alle nubi e nebbie che intercettano i raggi e a causa di una minore trasparenza dell’acqua, dovuta ad una grande sospensione di plancton. Quando nell’acqua è presente questo organismo, il suo colore tenderà ad essere più tendente al verde che al blu.
Perché l’acqua in un bicchiere è trasparente?
Abbiamo spiegato il perché il mare è blu, ma perché nel bicchiere o nella bottiglia l’acqua è trasparente? Questo succede perché in essa non ci sono abbastanza molecole d’acqua da assorbire la luce. In mare più si va in profondità e più si diffonde il colore blu sempre più scuro. Nel bicchiere, invece, c’è troppa poca acqua per riuscire ad assorbire le varie lunghezze d’onda e quindi continuiamo a vederla trasparente.
7 Gen 2022 | In evidenza, Magazine
Spesso dietro ai nomi dei luoghi si nascondono storie antichissime, leggende o spiegazioni scientifiche. Ad esempio, vi siete mai chiesti perché si chiama Mar Rosso? Scopriamo l’origine del nome di questa famosa meta turistica, magari poi vi verrà voglia di organizzare un bel viaggio per vedere con i vostri occhi le acque di questo mare.
Dove si trova il Mar Rosso
Il Mar Rosso appartiene al Vicino Oriente, è compreso tra l’Africa nord-orientale e la penisola araba sud-occidentale. È collegato a nord-ovest con il mar Mediterraneo tramite il canale di Suez, e con l’Oceano Indiano a sud-est tramite lo stretto di Bab el-Mandeb.
Il Mar Rosso si divide a nord in corrispondenza della penisola del Sinai, dando origine al golfo di Aqaba ad oriente, e al golfo di Suez ad occidente. Ecco i Paesi bagnati dal Mar Rosso:
- Israele
- Giordania
- Arabia Saudita
- Yemen
- Egitto
- Sudan
- Eritrea
- Gibuti
Due delle località turistiche più famose che si affacciano sul Mar Rosso e di cui avrete sicuramente sentito parlare sono Sharm el-Sheikh e Marsa Alam. Ma perché si chiama Mar Rosso? Come accade spesso, non c’è un’unica spiegazione. Vediamo le 2 più diffuse.
Mar Rosso: la teoria biologo-scientifica
La spiegazione più diffusa del perché si chiama Mar Rosso deriva da un fenomeno di biologia marina. Infatti, nel Mar Rosso cresce e si riproduce una particolare alga chiamata Trichodesmium erythraeum o “segatura di mare”, che in determinate condizioni climatiche assume una colorazione rossastra-bruna andando a formare delle macchie molte estese sulla superficie dell’acqua.
Questo fenomeno però non si verifica esclusivamente nel Mar Rosso, ma anche in altri luoghi, come alcune zone dell’Australia. Quest’alga prolifera a basse profondità a temperature comprese tra i 20 e i 34 gradi, motivo per cui si trova in prossimità delle zone tropicali. Questa specie causa la morte di altri organismi marini per il rilascio di sostanze tossiche e provoca danni anche al genere umano con contaminazioni sia per via diretta che indiretta. Il fenomeno è degenerato a causa dell’inquinamento da fabbriche e industrie che insieme alle piogge intense favoriscono la riproduzione di tale alga.
Il Mar Rosso nei Testi Sacri
L’altra teoria accredita è puramente etimologica. Nell’Antico Testamento, nel Libro dell’Esodo, si legge che proprio nel Mar Rosso Dio aprì le acque per far fuggire il popolo ebraico dall’Egitto, guidato da Mosè. Per definire questo fenomeno i testi antichi usavano l’espressione “yam suph” che gli inglesi traducono come “sea of reeds”, ovvero “mare di canne”. Pare quindi che ci sia stato un errore di traduzione, quindi etimologico: “reed” (che significa canne) è diventato semplicemente “red” (rosso). Da qui si sarebbe diffuso il nome “Mar Rosso”.
4 Gen 2022 | In evidenza, Magazine
Vi siete mai chiesti qual è la vostra origine? Da dove viene la vostra famiglia e più in generale quale origine ha il popolo della vostra città e della vostra regione?
Noi di Nieddittas siamo molto legati al nostro mare e alla nostra terra e più di una volta siamo stati attratti da questa domanda come i molti studiosi che hanno cercato di trovare una risposta certa andando a ritroso nella storia. In realtà non c’è ancora nessuna certezza, ma secondo molti ricercatori la storia dell’antica e misteriosa civiltà nuragica sembra essere intrecciata a quella dei temuti popoli del mare che sono stati nominati in molti documenti egizi e non solo.
E allora cerchiamo di capire chi erano i Popoli del Mare e cosa hanno avuto a che fare con la Sardegna e i suoi abitanti.
Le origini dei Popoli del Mare
Chi erano i popoli del mare? È difficile dare una risposta certa alla domanda, perché si hanno poche fonti su cui cercare notizie di queste popolazioni e tutte riportano delle informazioni di carattere militare, che poco fanno capire sulla loro provenienza e la loro storia nel corso dei secoli.
Avendo così pochi dati su cui lavorare gli studiosi hanno potuto fare solamente delle congetture; una in particolare vede i Popoli del Mare riuniti in una confederazione di pirati proveniente forse dall’Europa meridionale, che verso la fine dell’Età del Bronzo ha fatto numerose battaglie navali per invadere i regni del vicino Oriente e del Mediterraneo orientale come la Siria, la Palestina, Cipro, l’Asia minore e l’Egitto.
La comparazione di diversi documenti ha portato a pensare che il declino di antiche civiltà come quella Micenea, il regno dei Mitanni e l’Impero Ittita sia dipeso proprio dagli attacchi dei Popoli del Mare, perché avvenuti tutti nel 1175 a.C. circa e per questo motivo le loro imprese militari sono considerate come uno dei fattori determinanti della fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro.
In nessuno dei pochi documenti rimasti si nominano esplicitamente i Popoli del Mare, ma si fa invece riferimento a navi giunte dal Grande Verde, ovvero la parte tirrenica del Mar Mediterraneo o dalle isole senza specificare quali, perciò l’egittologo Gaston Maspero verso la fine dell’Ottocento parlò per la prima volta dei Popoli del Mare.
Come si diceva la maggior parte delle testimonianze appartiene a delle iscrizioni egizie appartenenti al faraone Ramses II, al figlio successore Merenptah e a Ramses III.
La testimonianza dei faraoni
Nelle iscrizioni delle stele di Tani si possono leggere le descrizioni degli scontri avvenuti durante il regno di Ramses II, in cui il faraone è riuscito a sconfiggere i Popoli del Mare che si erano stabiliti sulla costa egiziana. Il faraone ha fatto in modo che le navi nemiche entrassero nel Delta del Nilo in cui ad aspettarle c’era una piccola flotta difensiva; i Popoli del Mare pensando di avere una vittoria facile si ritrovarono a dover subire dei pesanti attacchi laterali da altre imbarcazioni faraoniche nascoste. Dalle testimonianze si legge che in questo attacco erano coinvolti solo gli Shardana e che Ramses II li ha costretti a entrare nel suo esercito e sotto il suo comando presero parte allo scontro armato contro l’antica popolazione degli Ittiti.
Merenptah figlio di Ramses II si trovò a dover difendere nuovamente il Delta del Nilo nel 1200 a.C. circa, quando i Popoli del Mare si erano alleati con i Libici per conquistare l’Egitto. Questa volta sono diverse le popolazioni nominate oltre ai già citati Shardana: Lukka, Shekelesh, Teresh e Ekwesh. La testimonianza di questo attacco è stata riportata nella Grande iscrizione di Karnak e sulla stele di Merenptah all’interno del tempio funerario del faraone in cui viene descritta la sconfitta inflitta ai nemici e la seguente pace nel regno. Più di 6.000 morti, 9.000 prigionieri, la sottomissione delle regioni ribellatesi all’Egitto per riportare la pace e la sicurezza nel regno.
Nel tempio di Medinet Habu si trova un’importante iscrizione che riporta un’altra invasione dei Popoli del Mare avvenuta nel XII secolo a.C. durante il regno di Ramses III della Ventesima Dinastia. Nella testimonianza del faraone si legge come l’assalto dei pirati abbia raso al suolo diverse regioni senza trovare resistenze e per questo motivo, i Popoli del Mare alleati ancora una volta ai Libici si trovarono in poco tempo lungo le coste dell’Egitto. Ramses III conoscendo la forza di questi combattenti grazie agli scritti dei suoi predecessori, decise di preparare degli agguati lungo tutta la costa e il Delta del Nilo in cui degli arcieri nascosti avrebbero attaccato i nemici fino ad annichilirli nel 1178 a.C. vicino alla città di Xios; anche in questa occasione ci furono molte perdite da parte dei nemici e i sopravvissuti vennero costretti ad arruolarsi oppure venduti come schiavi. Dopo questa sconfitta non si sono trovate altre testimonianze in cui si parlasse dei Popoli del Mare.
Ipotesi sui Popoli del Mare
Da queste iscrizioni del tempo dei faraoni si può capire una cosa molto importante: nei loro reportage di guerra, se così si possono chiamare, Ramses II e i suoi successori hanno dato solo delle informazioni di carattere militare dei Popoli del Mare e soprattutto questi combattenti in nessuna occasione sono stati presentati come dei nuovi nemici mai incontrati prima di allora, quindi erano dei popoli conosciuti almeno nel bacino del Mediterraneo e per questo motivo non c’era bisogno di dilungarsi a descrivere chi fossero e da dove venissero.
Ma c’è di più: secondo delle congetture, i Popoli del Mare potrebbero essere stati degli antichi alleati dell’Egitto. Questa ipotesi potrebbe spiegare la sorpresa davanti all’attacco subito che si percepisce da alcuni passaggi delle scritture e perché Ramses II decise di far diventare delle sue personali guardie del corpo alcuni dei prigionieri fatti dopo la sua vittoria.
C’è ancora un elemento interessante che ci viene trasmesso da questi antichi testi: in particolare, nel racconto del periodo di Merenptah si sottolinea che nelle navi nemiche oltre a un gran numero di donne e bambini erano presenti anche tanti strumenti per costruzioni edili e di uso casalingo, il che poteva significare che in seguito a lunghi periodi di aridità che avevano provocato carestie nelle loro regioni, i Popoli del Mare cercassero nuovi territori in cui insediarsi stabilmente.
I Popoli del Mare in Sardegna
Ma se non sappiamo chi erano i Popoli del Mare, come si può affermare che la loro storia è intrecciata a quella dell’antica popolazione sarda?
Nelle iscrizioni di cui abbiamo parlato si fa più volte riferimento alla popolazione degli Shardana e ci sono anche delle raffigurazioni che ci danno un’idea di come questi combattenti erano vestiti durante le battaglie: spade lunghe con punta triangolare, pugnali più corti per i combattimenti a distanza ravvicinata, lance, scudo di forma circolare, gonnellino corto, corazza per proteggere il corpo e infine elmo con lunghe corna. Con questa breve descrizione possono subito tornare in mente i bronzi nuragici della Sardegna che oggi possono essere ammirati in diversi musei dell’isola come quello archeologico nazionale di Cagliari. Secondo molti studiosi un’altra somiglianza appare anche tra il nome stesso del popolo Shardana e quello di Sardegna-sardo.
Ma come si possono spiegare queste somiglianze? Secondo delle teorie gli Shardana che per lungo tempo hanno invaso e distrutto intere regioni del Mediterraneo orientale senza trovare alcuna resistenza se non quella dei faraoni, potrebbero essere state delle popolazioni originarie proprio della Sardegna. Secondo altre teorie invece gli Shardana avrebbero optato per l’isola sarda dopo gli insuccessi egiziani, precedendo quindi l’arrivo dei Fenici e dei Cartaginesi. Lo sbarco in questo territorio sembrerebbe essere avvenuto in circostanze abbastanza pacifiche, dato che le popolazioni locali erano dedite all’agricoltura e all’allevamento e gli insediamenti nuragici non erano delle fortezze difensive come molti pensano, ma dei luoghi di culto religioso e astronomico; perciò, le popolazioni autoctone si sarebbero sottomesse ai nuovi arrivati senza nessun combattimento.
A dare maggiore autorità a questa ipotesi sono proprio i bronzetti sardi: nella zona di Sarroch sono state ritrovate delle ceramiche del tipo Miceneo III C corrispondenti più o meno al 1200-1000 a.C., le stesse ceramiche sono state rinvenute anche in altre aree come in Palestina, il che spiegherebbe la diffusione dei Popoli del Mare. In particolare la produzione dei bronzetti in Sardegna avvenuta in questo periodo, dà ragione alla teoria dell’arrivo di nuove popolazioni provenienti da Oriente; infine uno studio fatto su più di 600 statuine trovate sull’isola e in altre parti del Mediterraneo dimostra che la loro fabbricazione potrebbe risalire verso il XII e il XI secolo a.C. per concludersi poi verso il VI secolo a.C..
Altri Popoli del Mare
Al fianco degli Shardana altre popolazioni hanno tentato più volte di annientare le potenze del Mediterraneo orientale, in particolar modo dell’Egitto che come abbiamo visto ha saputo difendersi e anche per queste popolazioni ancora oggi è difficile ricreare delle origini certe: ad esempio gli Shekelesh sono stati associati alla popolazione dei Siculi che si è insediata nella Sicilia dell’est verso la fine dell’Età del Bronzo, i Teresh con i Tirreni, nome con il quale venivano identificati gli Etruschi e gli Ekwesh con gli Achei che potevano aver già preso il controllo dell’Asia minore occidentale. Molte di queste popolazioni sono state nominate anche in testi noti come la Bibbia e l’Odissea, ma il più delle volte non si può dire con certezza chi sono stati i Popoli del Mare e che fine hanno fatto.
31 Dic 2021 | In evidenza, Magazine
State cercando un buon modo per cominciare un pranzo di pesce?
Le lumachine di mare sono un antipasto gustoso e saporito che non richiede grosse difficoltà di preparazione. Si tratta di piccoli molluschi, la cui conchiglia è lunga dai 2 ai 3/5 centimetri, che gli amanti dei sapori di mare apprezzano per cucinarli in modi diversi.
Infatti, non solo si possono portare in tavola come antipasto ma possono essere utilizzati come sugo per condire degli spaghetti, ad esempio, o come secondo piatto accompagnato da una polenta appena fatta.
In questo articolo vediamo come si cucinano le lumachine di mare in umido, e siamo sicuri che nel piatto non avanzerà proprio nulla!
Curiosità
Le lumachine di mare in un umido sono una ricetta tipica della costiera romagnola, in passato rappresentava il piatto unico di molte famiglie di pescatori. A seconda delle zone d’Italia vengono chiamate anche al maschile “lumachini”, e sono dei piccoli molluschi davvero gustosi e dal caratteristico sapore piccante naturale.
Si tratta di un piatto versatile perché la ricetta si può variare in base ai propri gusti personali. Si può infatti aggiungere del peperoncino, si possono preparare le lumachine con aglio e prezzemolo semplicemente lessate e con olio e limone, oppure possono servire per insaporire squisiti sughi di mare.
Nieddittas propone e commercializza queste piccole prelibatezze di mare dal sapore unico per realizzare degli antipasti o secondi piatti di pesce da arricchire con gli aromi che preferite.
Potete accompagnare i lumachini con dei crostini di pane, con i quali magari raccogliere il delizioso sughetto che resterà nel tegame. Adesso andate in cucina e seguite i passaggi della ricetta lumachine di mare in umido.
Ingredienti
Per 4 persone vi occorrono:
- 1 kg di lumachine di mare Nieddittas
- 400 gr di polpa di pomodoro
- 2 spicchi d’aglio
- 1 ciuffetto di prezzemolo
- 1 Bicchiere di vino bianco secco
- Olio evo q.b.
- Sale fino e pepe nero q.b.
- 1 Peperoncino rosso piccante (facoltativo)
Procedimento
Come tutti i prodotti Nieddittas, i lumachini seguono il processo di lavorazione della nostra filiera di eccellenza in Sardegna.
Iniziamo con la preparazione del sugo. Lavate il prezzemolo, tritate le foglie e l’aglio. Metteteli in un’ampia padella con l’olio extravergine d’oliva e fate rosolare il tutto. Se volete aggiungete un peperoncino e dopo qualche minuto aggiungete le lumachine di mare. Fate insaporire qualche minuto mescolando di tanto in tanto.
Bagnate con un bicchiere di vino bianco, lasciate evaporare e unite la passata di pomodoro. Mescolate e lasciate cuocere 30 minuti circa a fiamma bassa. Regolate di sale e pepe.
Il sughetto non deve risultare troppo denso, in tal caso aggiungete qualche cucchiaio di acqua. Prima di togliere dal fuoco le lumachine di mare in umido, spolverizzate con del prezzemolo tritato e servite ben calde.
29 Dic 2021 | In evidenza, Magazine
Quando si parla di cambiamenti climatici viene subito da pensare all’impatto ambientale che hanno gli scarichi dei mezzi di trasporto di tutto il mondo e delle industrie; solo grazie a delle recenti ricerche si sta dando sempre più importanza al binomio allevamenti intensivi – inquinamento, ovvero sempre più scienziati stanno dimostrando quanto siano inquinanti le industrie della zootecnica intensiva.
L’aumento della popolazione globale ha portato all’aumento del consumo di carne in particolare, ma anche di altri prodotti di origine animale come latte e uova; per soddisfare queste richieste alimentari si è dovuta aumentare la quantità degli animali allevati e quindi la superficie degli allevamenti stessi con pesanti ricadute sull’inquinamento atmosferico e non solo.
Il problema non riguarda solo gli allevamenti intensivi, ma anche la pesca e l’acquacoltura: gli allevamenti di Nieddittas sorgono nel Golfo di Oristano e per tutelare i mitili e l’ambiente in cui devono crescere effettuiamo più di 6.000 controlli all’anno, sempre nel pieno rispetto del mare e di tutte le altre specie ittiche che vi abitano e lo stesso avviene per la raccolta delle nostre cozze.
Queste attenzioni non sempre sono rispettate da chi pratica pesca intensiva e in particolare da chi sfrutta la pesca a strascico. Vediamo allora quanto è dannoso l’inquinamento degli allevamenti intensivi.
Cosa sono gli allevamenti intensivi?
L’allevamento intensivo è un tipo di industria zootecnica volta alla crescita e alla riproduzione di alcune specie animali destinate al consumo alimentare della popolazione globale; questo tipo di attività è conosciuto anche con l’acronimo CAFO, ovvero “concentrated animal feeding operation” e rappresenta l’evoluzione del tradizionale sistema di allevamento a livello industriale. In poche parole, le classiche fattorie sono state trasformate per puntare sulla quantità degli animali allevati, più che sulla qualità del metodo di allevamento: un sistema così meccanizzato comporta quindi dei costi di produzione molto più bassi che permettono di rivendere il prodotto finito, in primis la carne, ad un prezzo altrettanto basso.
Perché gli allevamenti intensivi sono sempre più criticati? Come si diceva, si punta tutto sulla quantità, perciò nella maggior parte dei casi gli animali vivono in ambienti molto ristretti in cui la possibilità di muoversi è pressoché impossibile, spesso sono sovraffollati il che facilita il proliferare di infezioni e malattie varie che spesso vengono combattute con un grande abuso di antibiotici e altri farmaci, infine questi ambienti sono male illuminati e molte volte si tratta di luce artificiale.
Un altro grande problema rappresentato dagli allevamenti intensivi è l’inquinamento che producono.
Inquinamento da polveri sottili
Che gli allevamenti intensivi inquinassero si era iniziato a capire già da tempo, ma solo delle recenti ricerche hanno dimostrato a quanto ammonta l’inquinamento atmosferico provocato da queste industrie. In particolare, uno studio portato avanti da Greenpeace in collaborazione con l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha portato alla luce un risultato molto preoccupante: tra il 2007 e il 2018 gli allevamenti intensivi hanno inquinato come quasi otto milioni e mezzo di automobili. In questo lasso di tempo l’industria zootecnica ha aumentato del 6% le emissioni ogni anno che equivalgono a 39 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
Federica Ferrario responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia ha affermato che è necessario invertire la rotta e destinare le sovvenzioni pubbliche per aiutare i piccoli allevamenti tradizionali a intraprendere un percorso di transizione, questo perché dati i risultati dello studio sarebbe impossibile combattere i cambiamenti climatici se si continua a fornire risorse economiche agli allevamenti intensivi.
Il problema più grande di questi allevamenti risiede nei grandi quantitativi delle flatulenze e dei liquami prodotti dai milioni di animali che vi risiedono. Le piccole quantità di liquame che si produrrebbero in un allevamento tradizionale verrebbero poi utilizzate come fertilizzanti per il terreno, ma quantitativi così alti sono dannosi perché queste sostanze sono ricche di azoto e fosforo che se conservate male rilasciano nell’aria ammoniaca che a sua volta unendosi ad altri componenti inquinanti produce polveri sottili.
Secondo l’ISPRA gli allevamenti intensivi sono la causa del 75% dell’ammoniaca immessa nell’aria e questi dati riguardano solamente allevamenti italiani; si può dire con sicurezza quindi che questo tipo di allevamenti sono la seconda causa delle polveri sottili nel nostro Paese, dopo l’inquinamento provocato dal riscaldamento residenziale e commerciale.
Sempre l’ISPRA evidenzia che l’industria zootecnica produce solo l’1,5% di inquinamento da PM primario, ovvero le polveri sottili prodotte direttamente da una sorgente come un tubo di scappamento, mentre la percentuale si alza drasticamente per quanto riguarda il PM secondario, cioè quello che viene generato dalla combinazione di diversi gas presenti in atmosfera, cosa che, come abbiamo detto, accade con l’accumulo dei liquami.
Allevamenti intensivi: inquinamento di acqua e terra
L’allevamento intensivo inquina anche l’acqua di superficie, le falde acquifere e il suolo se smaltisce in maniera scorretta i liquami raccolti.
La composizione di queste sostanze può accelerare l’eutrofizzazione dell’acqua aumentando la crescita di alghe e altre piante acquatiche causando la diminuzione dell’ossigenazione dell’acqua, facendo quindi morire molte specie ittiche e favorendo infine la proliferazione batterica e di altri microrganismi che possono danneggiare la salute delle persone. Secondo la FAO, ovvero l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, le riserve d’acqua di tutto il mondo sono contaminate da fitofarmaci e altre sostanze chimiche usate per concimare le colture di mais e soia destinate all’alimentazione degli animali.
Altro motivo per cui gli allevamenti intensivi sono molto criticati è per il grosso sfruttamento del suolo volto a far pascolare gli animali, si pensi ad esempio alla deforestazione che sta segnando l’America Latina e in particolare l’Amazzonia. Lo sfruttamento del suolo per il pascolo degli animali è causa della sua degradazione: il peso dell’animale e la pressione degli zoccoli compattano talmente tanto il terreno che rendono impossibile il drenaggio dell’acqua.
Anche la pesca e l’acquacoltura hanno un loro impatto sull’ambiente e in particolare sono un rischio per la biodiversità: le catture accidentali causano la perdita di quelle specie che non possono essere commercializzate perché non commestibili oppure perché non hanno ancora raggiunto la taglia richiesta; dagli allevamenti invece a volte possono liberarsi dei pesci che rappresentano un pericolo per la flora e la fauna di quell’ambiente.
Questione di salute
Quale potrebbe essere la soluzione per gli allevamenti intensivi e l’inquinamento che producono? Sicuramente bisognerebbe smettere di foraggiare questo tipo di industria e promuovere invece delle produzioni alimentari più sostenibili; anche i singoli cittadini possono fare la differenza cambiando le loro abitudini alimentari.
Uno studio compiuto nel 2008 dall’Institute for Environmental Studies dell’Università di Amsterdam ha dimostrato che la diminuzione dei consumi di carne corrisponderebbe alla diminuzione delle emissioni di CO2: ad esempio se tutti i cittadini olandesi smettessero di mangiare carne per un giorno a settimana si eviterebbe la produzione di più di 3 megatonnellate di anidride carbonica, corrispondente alla circolazione di un milione di automobili in meno nei Paesi Bassi per un intero anno.
Mettere un freno agli allevamenti intensivi significherebbe anche proteggere la salute delle persone; secondo molti scienziati, infatti, la circolazione del Covid 19 è stata favorita dall’inquinamento atmosferico causato in gran parte dall’industria zootecnica; inoltre, le sostanze che, come abbiamo detto, vengono prodotte, a lungo andare possono causare problemi di salute all’apparato cardiocircolatorio e respiratorio.
La diminuzione della produzione e del consumo di carne e di altri prodotti di origine animale, perciò, non solo porterebbe dei vantaggi alla salute del nostro Pianeta, ma anche di tutti i cittadini.
24 Dic 2021 | In evidenza, Magazine
Vongole, lupini, arselle, telline… non è semplice saper distinguere questi deliziosi molluschi perché si somigliano un po’ tutti e spesso vengono chiamati col nome sbagliato, generando confusione. Tra le vongole e le arselle esistono in realtà delle differenze precise.
Facciamo chiarezza e parliamo delle loro caratteristiche sottolineando la differenza tra vongole e arselle, in modo da non avere più dubbi su quali molluschi acquistare quando ci si trova davanti al banco del pesce.
Le varietà di vongole
Il nome “vongola” si usa per indicare varie specie di molluschi bivalvi della famiglia delle Veneridae. Ecco le principali varietà:
- Vongole veraci, le più comuni e apprezzate e anche le più pregiate.
- Vongole veraci filippine, hanno un colore più scuro, delle sfumature che tendono al viola e carni meno tenere.
- Lupini di mare sono vongole in cui non sono presenti i “corni”, cioè i sifoni. Hanno una conchiglia liscia di colore biancastro o bianco-grigiastro con punti o striature.
- Longoni, con conchiglie piuttosto fragili e carni dolci.
Le vongole Nieddittas veraci nostrane (che sarebbero le arselle della Sardegna) sono pescate a mano, una per una, dalla sabbia in cui crescono. Come tutti i nostri prodotti, anche questa tipologia garantisce al consumatore la massima sicurezza e il pieno rispetto dei controlli e dei parametri previsti dalla legge. Si tratta infatti sempre di un prodotto allevato, pescato e controllato secondo le nostre procedure di qualità. Grazie al nostro servizio a domicilio potete ordinare via Whatsapp e ricevere direttamente a casa i nostri classici, tra cui le vongole e tanti altri, oltre al miglior pescato del giorno. E sul primo ordine – compilando il form – riceverete il coupon di sconto del 10%!
Le vongole sono molto apprezzate in cucina per il loro gusto delicato e per la loro versatilità. Si possono utilizzare per preparare degli ottimi sughi per la pasta o il riso, per degli antipasti o secondi piatti. Vediamo ora cosa sono le arselle.
Cosa sono le arselle?
Le arselle sono molluschi commestibili che vivono dentro piccole conchiglie. Hanno un aspetto e un sapore abbastanza simile a quello delle vongole. In alcune zone d’Italia vengono chiamate vongole o telline, generando confusione, in realtà appartengono ad un’altra famiglia.
Infatti, da un punto di vista scientifico, le arselle si chiamano Donax trunculus e sono un tipo di mollusco bivalve della famiglia Donacidae, diffuse tra il Mar Mediterraneo, il Mar Nero e l’Oceano Atlantico orientale.
Possiedono una valva più grande rispetto all’altra, sono lisce e lucide.
Sono organismi che si nutrono di plancton, attraverso i due sifoni di cui sono dotati (i tubicini che fuoriescono dalla conchiglia).
Le arselle prediligono i fondali sabbiosi fino a circa 2 metri di profondità. Da un punto di vista nutrizionale sono ricche di potassio, fosforo, vitamina A e proteine e hanno circa 70 kcal per 100 grammi di prodotto.
Analizziamo ora meglio la differenza tra vongole e arselle.
Vongole e arselle: le differenze
Abbiamo detto che i due molluschi in questione appartengono a due famiglie diverse: le arselle alla famiglia Donacidae e le vongole alla Veneridae. Qual è la differenza tra vongole e arselle visibilmente parlando? Riassumiamo le caratteristiche di ciascuna:
- La vongola ha una forma arrotondata ed è in media più grande. L’arsella è invece più piccola e con dei bordi quasi triangolari.
- Il guscio delle vongole presenta delle rigature concentriche, mentre quello delle arselle è liscio e lucido.
- Il colore del guscio delle vongole tende al giallo scuro, grigio o nero; le arselle hanno colori più vivaci e brillanti.
- Entrambi i molluschi hanno un ridotto apporto calorico e contengono ferro, calcio, proteine e fosforo.
Sia che acquistiate le vongole sia le arselle per le vostre ricette è importante controllare sempre l’etichetta che ne certifica la provenienza.
Se scegliete i prodotti Nieddittas avrete sempre la garanzia di qualità, freschezza e sicurezza assicurate dalle procedure della nostra azienda. Al termine del processo di lavorazione le vongole si contraddistinguono, oltre che per la loro freschezza, anche per la quasi totale assenza di fango e gusci rotti.