Come ridurre l’inquinamento del mare?

Come ridurre l’inquinamento del mare?

L’8 giugno si è celebrata la Giornata mondiale degli oceani che ci ricorda quanto siano importanti per la vita sul nostro pianeta e quanto sia preoccupante il livello di inquinamento delle acque.

Ogni anno, infatti, finiscono in mare circa 8 milioni di tonnellate di plastica causando gravi danni all’ecosistema marino, rovinando le spiagge e costituendo un pericolo anche per la nostra salute.

La situazione è così preoccupante che si stima che entro il 2050 il 99% degli uccelli marini avrà ingerito della plastica e che il peso dei rifiuti plastici supererà quello della fauna marina; ci ritroveremo perciò a festeggiare un mare di plastica se non interveniamo subito per limitare il problema.

Per chi, come noi di Nieddittas, ha a cuore la salute dei mari e degli oceani è importante domandarsi: come ridurre l’inquinamento del mare?

Scopriamo come possiamo cambiare le nostre abitudini e quali sono le piccole azioni sostenibili quotidiane che possiamo mettere in pratica per salvaguardare l’ambiente marino.

L’inquinamento da plastica

Sapete che l’Italia ha il primato europeo per consumo di acqua imbottigliata? Mentre le buste di plastica che utilizziamo per la spesa (shopper) sono la causa della diminuzione delle tartarughe marine e dell’aumento delle meduse nel Mediterraneo (questo perché le tartarughe scambiano le buste per meduse e quindi quest’ultime si moltiplicano indisturbate).

La plastica è un prodotto sintetico formato da polimeri che si degrada molto lentamente, sono necessari centinaia di anni affinché scompaia completamente!

Ormai fa parte della nostra vita quotidiana, basta pensare alle bottiglie di plastica o ai vari imballaggi che usiamo normalmente. Siamo talmente circondati che ci fa strano pensare ad un mondo senza plastica, ma la direzione sta cambiando.

Il problema è che se non è correttamente riciclata o incenerita, la plastica si accumula come scarto a terra e in acqua e finisce per inquinare i mari. È per questo che si formano le cosiddette “isole di plastica”, come quella gigantesca che si trova nell’Oceano Pacifico.

Le conseguenze sono l’intrappolamento e l’ingerimento da parte di pesci, gabbiani, tartarughe e cetacei, causandone la morte. E poi la plastica risale anche nella catena alimentare e finisce nelle nostre tavole. Sarebbero circa 115 le specie marine a rischio.

L’inquinamento marino è poi causato anche dalla presenza di micro-plastiche, minuscole particelle rilasciate dagli oggetti che si decompongono, dai saponi e cosmetici che finiscono in mare. Purtroppo, si è scoperto che anche le bioplastiche hanno tempi di degradazione piuttosto lunghi e non riescono quindi ad arginare il problema.

I 4/5 dei rifiuti di plastica entrano nel mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi, il restante è prodotto dalle navi.

Diamoci una mossa allora, ecco come ridurre l’inquinamento del mare e far sì che la plastica non soffochi le nostre acque.

Come ridurre l’inquinamento del mare: soluzioni

L’ambiente è sempre più a rischio a causa dell’inquinamento dovuto alle attività umane. Per salvaguardare la salute dei mari e degli oceani è fondamentale sia ridurre il consumo di plastica e sia ridurre la produzione di rifiuti plastici. Il primo passo verso un futuro più sostenibile è quello di essere più consapevoli ed evitare gli sprechi.

Tutti possiamo contribuire a ridurre l’inquinamento del mare. Come? Ecco alcuni consigli da mettere in pratica:

  • Effettuare una corretta raccolta differenziata.
  • Utilizzare sacchetti di plastica biodegradabili o meglio optare per quelli in tessuto riutilizzabili.
  • Utilizzare prodotti alla spina.
  • Evitare di usare le bottiglie in plastica e preferire l’acqua del rubinetto.
  • Scegliere involucri di carta invece che di plastica.
  • Evitare o ridurre il consumo di bicchieri, piatti e posate usa e getta.
  • Limitare l’uso di tazze monouso e cannucce.
  • Non disperdere mozziconi di sigarette. Sono 4,5 tonnellate le sigarette che vengono disperse e finiscono con l’inquinare gli oceani e le spiagge.
  • Ridurre le emissioni di anidride carbonica preferendo il trasporto pubblico o la bicicletta. L’oceano assorbe il 25% delle emissioni di anidride carbonica che danneggia un gran numero di specie marine.
  • Raccogliere i rifiuti in spiaggia. Vi capiterà ogni estate di vedere plastica e rifiuti riversati nelle spiagge o nel mare. Stavolta non state a guardare: dedicare anche solo qualche minuto alla raccolta dei rifiuti può fare la differenza. E perché no, magari qualcuno seguirà il vostro buon esempio.
  • Supportare un’organizzazione per la difesa del mare, ne esistono tante e può essere un modo per impegnarsi più a fondo nella tutela ambientale.

Questi sono piccoli gesti che tutti possiamo compiere per ridurre l’inquinamento del mare, un bene prezioso da proteggere. Ma cosa fanno invece le nazioni in merito a questo problema?

Politiche contro l’inquinamento del mare

Gli stati europei, Italia compresa, hanno abolito l’uso delle buste di plastica nei supermercati sostituendole dal 1° gennaio 2018 con le shopper biodegradabili e compostabili a pagamento (direttiva 2015/720 dell’Unione Europea). E dal 2019 il nostro Paese ha rimosso dal mercato i cotton fioc prodotti con bastoncini di plastica.

La Commissione Europea ha stilato una lista di oggetti che dal 2021 stanno scomparendo. Si tratta di quelli maggiormente presenti sui nostri fondali marini, tra cui cannucce e posate di plastica, insomma tutta la plastica monouso. Anche ripulire i fiumi, il mezzo principale che rilascia materiali plastici nelle acque salate di mari ed oceani, dovrebbe essere tra le azioni primarie nelle agende degli stati a livello internazionale.

C’è ancora tanta strada da fare. Tra gli obiettivi che sono stati stabiliti in accordo con la Commissione Europea vi sono: la possibilità di raccogliere entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica ed entro il 2025 di produrne almeno per il 25% con materiale riciclabile (entro il 2030 il 30%); etichettare prodotti come tabacco con filtri, bicchieri di plastica ecc., in modo che tutti sappiano come smaltirli correttamente. Inoltre, l’accordo stabilisce che nel caso in cui filtri di sigaretta e attrezzi da pesca vengano dispersi nell’ambiente, saranno i produttori stessi a sostenere i costi della raccolta e della pulizia. L’obiettivo è quello di avere un ambiente più sano, plastic free con una riduzione delle emissioni di Co2 e un risparmio economico di 6,5 miliardi. E noi ce lo auguriamo.

Chi studia i mari?

Chi studia i mari?

L’ambiente marino è un universo a sé tanto affascinante e interessante da scoprire. Infatti, esiste una vera e propria scienza che studia i mari e gli oceani nel loro complesso: l’oceanografia. Il termine è composto dalle parole greche ωκεανός (che significa “oceano”) e γράφω (“scrivere”).

La scienza che studia i mari comprende diverse discipline. Approfondiamo insieme di cosa si occupa.

Cos’è l’oceanografia?

Come abbiamo accennato, l’oceanografia è la scienza che studia gli oceani in tutti i loro aspetti e quindi:

  • Le loro proprietà chimico-fisiche.
  • Il moto delle acque marine soggette alle forze interne ed esterne.
  • Lo scambio energetico tra oceano e atmosfera terrestre (ad esempio tramite moto ondoso ed evaporazione dell’acqua).
  • Gli organismi che ci vivono (flora e fauna).
  • L’origine e la struttura geologica dei bacini oceanici.
  • La composizione chimica dell’acqua.
  • Le rocce e i sedimenti sotto il mare.

Possiamo dire che comprende perciò la geologia marina, l’oceanografia fisica (chiamata oceanologia), quella chimica, biologica e meteorologica.

La nascita dell’oceanografia moderna

Già gli antichi greci avevano mostrato interesse nello studiare il Mar Mediterraneo, ma si può collocare nel 1872 la nascita dell’oceanografica moderna, intesa come scienza, l’anno in cui Sir Charles Wyville Thomson e Sir John Murrey partirono per la Spedizione Challenger.

In quegli anni furono diverse le nazioni che si resero conto dell’importanza dello studio degli oceani, anche a causa del ruolo che rivestivano per il commercio via mare. Ci furono diverse spedizioni e nacquero istituti dedicati allo studio e sviluppo dell’oceanografia.

Nel 1901 venne ideata la prima organizzazione internazionale di oceanografia chiamata Consiglio internazionale per l’esplorazione del mare.

Nel 1966 il Congresso degli Stati Uniti creò il Consiglio nazionale per le risorse marine e lo sviluppo ingegneristico, con lo scopo di esplorare e studiare tutti gli aspetti dell’oceanografia.

Dalla fine degli anni ’80 lo sviluppo della scienza che studia i mari è stato in gran parte dovuto all’evoluzione degli strumenti e degli elaboratori elettronici, come l’osservazione da satellite che fornisce dati su temperatura superficiale, stato del mare e caratteristiche dell’acqua marina.

Il mare è fonte di vita e la sua tutela è fondamentale per un futuro più sostenibile. Noi di Nieddittas lo amiamo e lo rispettiamo in ogni modo cercando di minimizzare o annullare ogni possibile impatto sull’ecosistema.

Come si chiama la sabbia del mare

Come si chiama la sabbia del mare

Sia che proveniamo da zone costiere che dall’entroterra, siamo tutti familiari con il concetto di sabbia: il suo aspetto, la sua consistenza, le sue varietà di colore. Ma in quanti sanno veramente cosa sia la sabbia, da cosa sia composta e, conseguentemente, come si chiama la sabbia del mare?

Immergiamoci allora nel mondo della sabbia e scopriamo tutti i segreti di questa misteriosa sostanza che copre da millenni le coste, bagnandosi di mare e completando i paesaggi marittimi, donando loro poesia e naturale bellezza.

Cosa è e come si forma la sabbia?

La formazione della sabbia avviene nel corso di millenni. La sabbia è, banalmente, roccia frantumata (proventiente dall’erosione ad opera degli agenti atmosferici), unita a resti organici di gusci o scheletri di molluschi o altri resti di simile provenienza organica (ad esempio coralli, crinoidi o particolari tipi di alghe).

Non è dunque possibile stabilire una volta per tutte da cosa sia composta la sabbia, in quanto questo dipende dalla specifica storia di ogni singola spiaggia: quale tipo di roccia e quali componenti organiche abbiano collaborato alla sua formazione.

I sedimenti che compongono la sabbia vengono accumulati soprattutto grazie all’azione dei fiumi. Nel corso dei secoli e dei millenni, i detriti presenti nel letto dei fiumi vengono poi distribuiti dalle correnti e dalle onde lungo i litorali.

Le principali spiagge composte dai sedimenti trasportati dai fiumi sono quelle adriatiche, caratterizzate dal tipico granello di sabbia. Tuttavia, vi sono anche spiagge rocciose, dove la sabbia si forma dal costante urto delle onde sulla scogliera.

A seconda dei materiali da cui ha origine la formazione della sabbia, questa avrà colori differenti. Le spiagge di origine vulcanica, ad esempio, sono notoriamente di sabbia nera, mentre quelle calcaree hanno tonalità più chiare e delicate. Le sabbie fini e di colore biancastro sono invece generalmente composte da residui e frammenti di organismi con scheletri silicei e calcarei.

Oltre all’erosione delle rocce e l’accumulo di detriti e sedimenti organici, esiste un terzo procedimento che porta alla formazione della sabbia: l’accumulo di granelli provenienti da precipitazioni ipersaline.

Da cosa è composta la sabbia?

Generalmente la sabbia è composta da granito e silicio in forma di quarzo. Nello specifico, le sabbie chiare sono generalmente composte da calcare, quarzo, carbonato di calcio o resti organici; le sabbie scure, invece, sono generalmente composte da ematite, ossidiana, magnetite e granato. Inoltre, nel Mediterraneo è molto comune trovare spiagge la cui composizione presenti tracce di scheletri e gusci di organismi marini.

Esistono anche tipi di sabbie più rare, come le rarissime sabbie verdi o rosa. Le prime sono composte da basalto o glauconite; le seconde sono invece composte da ematite, feldspato e resti di corallo.

Noi di Nieddittas, che abbiamo la nostra filiera d’eccellenza nel Golfo di Oristano, sappiamo bene che la Sardegna offre l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda le spiagge e ne vanta una bellissima rosa: quella di Budelli, creata dai resti della Miniacina miniacea.

Come si chiama la sabbia del mare?

Arriviamo finalmente alla domanda principale del nostro articolo: come si chiama la sabbia del mare? Oltre al nome più classico e diffuso di “sabbia”, questa può essere chiamata anche “rena” o “arena”.

Qualora la sabbia a cui si vuole fare riferimento abbia una composizione prevalentemente di un dato materiale, è chiaro che potrà allora essere denominata a partire dal materiale che la compone. Tuttavia, questo presenta delle difficoltà tecniche, in quanto è raro che una sabbia abbia origine da un’unica componente e, inoltre, è comune non avere certezza su quale essa sia.

Ladri di sabbia

Non possiamo concludere un articolo incentrato sulla sabbia senza menzionare il reato di prelevarla dai lidi.

La bellezza delle sabbie più rare e particolari può facilmente stimolare il desiderio di prenderne una porzione e portarsela a casa, magari per collezionarne i diversi tipi. Niente di più sbagliato!

Prelevare (o meglio: rubare) la sabbia costituisce un vero e proprio furto di tipo aggravato.

Per citare l’articolo numero 1162 del Codice della Navigazione: “chiunque estrae arena, alghe, ghiaia o altri materiali nell’ambito del demanio marittimo o del mare territoriale ovvero delle zone portuali della navigazione interna, senza la concessione prescritta nell’articolo 51, è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 1549,00 a euro 9296,00”.

Insomma, che la chiamiamo sabbia, arena o rena l’importante è lasciarla dov’è: dopotutto cosa ne sarebbe dei paradisi marittimi se tutti portassero via uno dei suoi principali protagonisti?

Quanti tipi di ostriche esistono?

Quanti tipi di ostriche esistono?

Già 5000 anni fa le ostriche facevano parte della dieta umana. Questo è dovuto alla loro vasta diffusione, facile reperibilità ed al fatto che si possono mangiare sia crude (magari con qualche goccia di limone) che cotte (ad esempio gratinate).

È difficile stabilire precisamente quanti tipi di ostriche esistono, parliamo di cifre elevatissime. Basti pensare che solo nei mari europei sono presenti più di 2000 tipi di ostriche!

Tuttavia, nonostante sia impossibile fornire un numero preciso di tipi di ostriche esistenti, nel corso dell’articolo provvederemo a nominare le specie e le tipologie più conosciute; scopriremo inoltre che cosa sia un’ostrica e quale sia il prezzo medio di mercato.

Buona lettura!

Cosa è un’ostrica?

L’ostrica è un mollusco bivalve: questo significa che è costituito da due valve, i “pezzi“ che formano la conchiglia calcarea esterna.

Per quanto le ostriche più comuni siano generalmente abbastanza piccole (intorno ai 5 o 9 cm di diametro), possono raggiungere anche dimensioni elevate, fino addirittura ai 20 cm.

La conchiglia che racchiude il mollusco ha tipicamente i margini frastagliati, un interno liscio e madreperlaceo e un esterno rugoso e dal colore grigiastro.

Un aspetto curioso dell’ostrica è che si tratta di un mollusco ermafrodita: è infatti in grado di cambiare sesso a seconda della necessità.

Quali sono le specie di ostriche più conosciute?

Vi sono numerose specie di ostriche, di seguito ne elencheremo quattro: le più conosciute.

  • Ostrica piatta (detta anche “ostrica europea“, scientificamente “ostrea edulis“):

l’ostrica piatta prende il nome, come è facile intuire, dalla sua forma. Fino agli anni ’40 era la specie più diffusa e allevata nel Mediterraneo. Al giorno d’oggi, tuttavia, le quantità di ostrea edulis presenti nel mare sono diminuite per via del diffondersi di alcune patologie (come la bonamiosi). Ciononostante resta la specie più rinomata (e costosa) in ambito gastronomico.

  • Ostraca concava (detta anche “ostrica giapponese“, scientificamente “crassostrea gigas“ ):

le ostriche concave sono al giorno d’oggi quelle più diffuse; sono allevate in tutto il mondo (compreso il Mediterraneo) e sono meno pregiate rispetto alle ostriche piatte.

  • Ostrica americana:

questa specie di ostrica si trova principalmente in Argentina e in Canada. Solitamente sono allo stato selvatico, dunque meno diffuse in gastronomia.

  • Ostrica portoghese (scientificamente “crassostrea angulata“):

l’ostrica portoghese è probabilmente la specie maggiormente diffusa nella cucina italiana: è caratterizzata da un sapore forte e intenso.

La capitale delle ostriche: Marennes-Olèron

Marennes-Olèron è un distretto ostricolo francese dove vengono allevate quattro tipi diversi di ostriche: la “Fine de Claire“, la “Fine de Claire Verte“, la “Speciale de Claire“ ed infine la “Pousse en Claire“, una fra le migliori ostriche in commercio e prodotta in quantità limitata.

Per chi non lo avesse mai sentito, con il termine “Claire“ ci si riferisce a dei bacini d’acqua (anticamente saline) collegate al mare da canali e adibiti all’ostricoltura.

Nonostante le ostriche francesi, ed in particolare quelle del distretto ostricolo di Marennes-Olèron, siano fra le più rinomate, anche in Italia abbiamo alcune eccellenze dell’ostricoltura.

Quanto costano le ostriche?

Dopo avere analizzato così a fondo questo genere di mollusco e parlato di quanti tipi di ostriche esistono, è naturale farsi qualche domanda riguardo al prezzo, soprattutto dato che le ostriche sono comunemente considerate un frutto di mare elitario.

In generale il prezzo delle ostriche varia a seconda di numerosi fattori, come l’origine, la specie, la qualità o in generale il tipo di prodotto.

Secondo le statistiche, in Italia il prezzo delle ostriche va in media dagli 11 ai 14 Euro al Kg, ma è difficile trovare ostriche di qualità il cui prezzo sia inferiore ai 20 Euro.

Per quanto riguarda invece il prezzo al pezzo, in ristorante le ostriche si trovano solitamente dai 3 ai 5 Euro cadauno, mentre per la consumazione domestica il prezzo medio è di 2 Euro al pezzo, come nel nostro e-shop Nieddittas a Domicilio (le cui consegne arrivano fino a Milano, Roma ed altre località).

Cosa c’è sotto la sabbia del mare?

Cosa c’è sotto la sabbia del mare?

La sabbia, detta anche rena, è una roccia sedimentaria clastica, costituita da granuli derivati dalla degradazione di rocce preesistenti. Si tratta di piccoli frammenti di minerali, rocce, singoli cristalli, le cui dimensioni variano dai 0,05 mm e i 2 mm. Quella che si trova nelle spiagge si è formata nei millenni, a seguito di un processo molto lento dovuto all’accumulo di sedimenti portati in prevalenza dai fiumi.

Chissà quante volte avete camminato lungo le spiagge, quante volte avete giocato a costruire dei castelli e sculture di sabbia. Sapete anche che ne esistono di diverse tipologie e colori, ma se siete qui è probabilmente per trovare la risposta alla domanda che tutti da piccoli si sono posti almeno una volta, ovvero “cosa c’è sotto la sabbia?” Anche se la risposta potrebbe sembrare ovvia, sveliamo questa e altre piccole curiosità sulla sabbia.

I granelli di sabbia

Quasi il 70% di tutti i granelli di sabbia sulla Terra sono di quarzo, una forma di diossido di silicio noto anche come silice. I componenti che compongono il quarzo sono gli elementi più abbondanti sulla crosta terrestre, non è strano dunque che sia uno dei minerali più comuni. Si trova specialmente nel granito e in altre rocce che formano le montagne e altri elementi geologici.

Se la roccia d’origine è calcarea, la sabbia sarà chiara, se l’origine è vulcanica la sabbia avrà un colore scuro, come quella di Stromboli. I detriti che compongono le spiagge poi possono essere anche di origine organica. Ne sono un esempio le spiagge coralline; qui attorno agli atolli, la barriera è formata da organismi con scheletri calcarei e silicei che rilasciano frammenti. Questi ultimi costituiscono una sabbia bianca e fine. Ma cosa c’è sotto la sabbia?

Cosa c’è sotto la sabbia del deserto e del mare?

Sotto la sabbia del deserto, così come in quella vicino al mare, si trova semplicemente acqua. Ecco cosa c’è sotto la sabbia. A dimostrarlo anche delle operazioni di mappature che hanno documentato che nelle profondità della terra scorrerebbero le acque di un’antichissima rete di fiumi risalente a 50 milioni di anni fa!

La scoperta di giacimenti idrici sotterranei è sempre più frequente, grazie alle nuove tecniche di mappatura satellitare usate per esplorare il sottosuolo. Lo studio effettuato nel deserto Simpson, al centro del continente australiano, ha permesso di analizzare un sistema fluviale a 35 metri sotto la superficie del deserto. Lo studio è ancora da verificare ma oltre a spiegare la localizzazione dei laghi nel deserto, fornirebbe anche importanti informazioni su possibili giacimenti minerari e petroliferi, la cui presenza è associata alle correnti sotterranee.

La città sommersa dalla sabbia

Se per caso vi trovate nell’Africa sud-occidentale la risposta alla domanda cosa c’è sotto la sabbia potrebbe essere diversa e più interessante. Infatti, tra le dune rossastre più alte del mondo si trova la città fantasma di Kolmanskop, nome che letteralmente significa “la testa di Coleman”. È un’ex città miniera costruita all’inizio del XX secolo dai tedeschi in cerca di diamanti e oggi è diventata meta del turismo internazionale perché sommersa dalla sabbia. Un luogo abbandonato invaso dalla sabbia del deserto che crea un’atmosfera surreale.

Quali fiumi sfociano nel Mar Mediterraneo?

Quali fiumi sfociano nel Mar Mediterraneo?

Il mar Mediterraneo si estende tra Europa, Nordafrica e Asia occidentale. È un bacino semichiuso diviso in due parti principali: il Mediterraneo occidentale (delimitato dal canale di Sicilia) e il Mediterraneo orientale.

A seconda delle aree geografiche, questo mare viene diviso in bacini minori che prendono un nome specifico che noi tutti conosciamo: mar Tirreno, Adriatico, Ligure, Ionio, mar di Sicilia e mar di Sardegna. Ma quali fiumi sfociano nel mar Mediterraneo?

Parliamo brevemente delle caratteristiche di questo bacino e dei maggiori fiumi che sfociano in esso.

Caratteristiche fisiche del Mar Mediterraneo

Il mar Mediterraneo è collegato a ovest all’Oceano Atlantico tramite lo stretto di Gibilterra, a est al Mar Nero tramite lo stretto del Bosforo, a sud-est al Mar Rosso e quindi all’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez.

È caratterizzato da una forte evaporazione e un ridotto apporto di acque dolci fluviali, influenzato anche dalle attività umane. Nei mesi estivi l’evaporazione è ridotta, mentre nei mesi invernali è molto elevata a causa dei frequenti venti secchi come Bora, Maestrale, Vardarac, Scirocco e Meltemi. Questo fa sì che il Mediterraneo sia in costante deficit idrico, che viene compensato grazie all’oceano Atlantico, che riversa ogni anno tra 980 e 1440 km3 di acqua. Queste grandi quantità di acqua provocano forti correnti durante tutto l’anno e favoriscono la pulizia dei bassi fondali dello Stretto di Gibilterra.

Per quanto riguarda il clima, la maggior parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo godono di estati calde e asciutte con piovosità concentrata in autunno e in inverno. La vicinanza del tropico permette nella stagione estiva la permanenza di masse di aria calda e secca, come nei climi sub-tropicali. Leggete per approfondire la flora e la fauna del Mediterraneo.

E adesso vediamo quali fiumi sfociano nel mar Mediterraneo.

I maggiori fiumi che sfociano nel Mediterraneo

I Fiumi italiani possono essere classificati in fiumi alpini e in fiumi appenninici. Nel settore settentrionale sfociano nel mar Mediterraneo i seguenti fiumi:

  • l’Ebro
  • il Rodano
  • il Tevere
  • il Po
  • l’Adige
  • la Voiussa
  • la Marizza;

in quello meridionale:

  • il Nilo.

Nel dettaglio, i fiumi che sfociano nel mar Adriatico sono: Tagliamento, Piave, Brenta, Adige, Po, Reno, Savio, Metauro, Tronto, Aterno-Pescara, Sangro, Bifemo, Ofanto.

I fiumi italiani che sfociano nel Mar Ionio sono: Basento, Agri, Crati e Neto, mentre i fiumi che sfociano nel mar Tirreno sono Sele, Volturno, Garigliano, Tevere, Aniene, Ombrone, Arno, Magra, Flumendosa, Tirreno.

Il fiume più lungo d’Europa è il Volga. I fiumi italiani sono numerosi ma hanno un corso breve rispetto a quelli delle altre regioni europee; questo perché l’Italia è una penisola in cui la catena montuosa degli Appennini divide le acque in due versanti opposti. I fiumi alpini sono più lunghi.

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