4 Lug 2025 | Magazine
Da sempre rifugio per navi e uomini, i golfi sono anche protagonisti di paesaggi mozzafiato e habitat ricchi di vita marina. Ma che cos’è un golfo?
Scopriamo le caratteristiche, perché sono importanti e quali sono quelli più conosciuti al mondo.
Che cos’è un golfo e perché è importante?
Un golfo è una vasta rientranza della costa, dove il mare o l’oceano penetra in maniera piò o meno accentuata nella terraferma. Si distingue per grandezza e profondità e per la forma più o meno semicircolare, spesso chiusa tra due promontori o due penisole che ne proteggono le acque. In passato proprio sui golfi venivano costruiti i porti e anche i fari che segnalavano la via del porto alle navi durante le tempeste o la notte.
Il golfo può infatti ospitare importanti attività economiche, come porti commerciali o turistici, e riveste un ruolo fondamentale dal punto di vista geografico, ecologico ed economico perché:
- Offre riparo naturale alle imbarcazioni;
- Facilita gli scambi marittimi e favorisce l’insediamento di città costiere.
- Dal punto di vista ambientale, spesso ospita ecosistemi marini unici, ricchi di biodiversità, e protegge la costa dalle alte maree e le spiagge da venti e correnti forti.
Differenza tra golfo, baie e insenature
Spesso il termine golfo viene utilizzato per indicare baie o insenature, ma in realtà queste tre formazioni si distinguono per dimensioni.
- A differenza di baie o insenature, il golfo è molto ampio e può coprire centinaia di chilometri.
- Una baia è più piccola ma pur sempre ampia, formatasi dall’erosione costiera. Si tratta di un tratto di acqua circondato da terra eccetto che per un’estremità.
- L’insenatura, infine, è la più piccola e stretta delle tre, spesso simile a una fenditura nella costa.
I 5 golfi più importanti al mondo
- Golfo del Messico: tra Stati Uniti, Messico e Cuba.
- Golfo Persico: nell’Oceano Indiano, tra la penisola arabica e l’Iran. Tra le città più importanti che si affacciano su questo golfo Dubai e Abu Dhabi.
- Golfo di Guinea: lungo la costa occidentale dell’Africa, considerato il centro geografico della Terra.
- Golfo di Thailandia o golfo del Siam: che bagna la Thailandia, Cambogia, Vietnam, Malaysia.
- Golfo di Alaska: nel Pacifico nord-orientale, noto per la sua profondità ed estensione.
I principali golfi italiani
Parliamo della nostra Italia, ecco una lista dei principali golfi:
- Golfo di Napoli, uno dei più iconici d’Italia, con vista sul Vesuvio.
- Golfo di Genova, situato in Liguria, uno dei più importanti porti del Mediterraneo e centro commerciale.
- Golfo di Taranto, sul Mar Ionio e comprende città come Taranto e Gallipoli. È uno dei golfi più estesi d’Italia e fondamentale per la pesca e il commercio.
- Golfo di Venezia che comprende anche il Golfo di Trieste situato nell’Adriatico settentrionale, circondato da scogliere e città di cultura.
Anche la Sardegna vanta splendidi golfi, tra i più belli del Mediterraneo:
- Golfo di Orosei, celebre per le sue cale e le acque smeraldine.
- Golfo degli Angeli, dove si affaccia la città di Cagliari.
- Golfo di Oristano, caratterizzato da zone umide di valore naturalistico come quelle dove sorgono i nostri stabilimenti Nieddittas. Oggi siamo responsabili della sua salvaguardia, una best practice per la qualità e l’efficacia di questa azione di tutela.
- Golfo di Asinara, a nord-ovest, vicino all’omonimo parco, una della coste più affascinanti di tutta l’Isola.
26 Giu 2025 | Magazine
Scopriamo perché l’esoscheletro del granchio si rompe e cosa accade durante uno dei momenti più delicati nella vita di questi crostacei: la muta.
Cos’è l’esoscheletro del granchio?
L’esoscheletro del granchio, noto anche come corazza o carapace, è una struttura esterna rigida che protegge e sostiene l’intero corpo dell’animale. Svolge numerose funzioni: difesa dai predatori, barriera contro l’essiccazione, supporto muscolare e contenimento degli organi interni. A differenza degli endoscheletri (come quello umano), l’esoscheletro è visibile all’esterno e limita la crescita del corpo.
Composto principalmente da chitina e carbonato di calcio, rende il granchio resistente, ma anche vincolato: per crescere, deve letteralmente abbandonarlo.
Cos’è la muta?
Il processo di muta (o ecdisi) è tipico degli artropodi, inclusi i granchi. Durante la muta, l’esoscheletro del granchio si rompe per permettere all’animale di uscire e formare un nuovo rivestimento corporeo, più grande e adatto alla sua crescita. Questo processo avviene più volte nella vita del granchio ed è regolato da specifici ormoni.
Come e quando si rompe l’esoscheletro del granchio?
La rottura dell’esoscheletro avviene tra torace e addome. Prima di mutare, il granchio si rifugia in luoghi sicuri, come fessure rocciose o fondali sabbiosi, perché durante la muta è estremamente vulnerabile.
Una volta liberatosi del vecchio esoscheletro, il granchio appare molle e fragile: il nuovo guscio richiede tempo per indurirsi. Nel frattempo, il granchio utilizza uno scheletro idrostatico interno temporaneo, basato sulla pressione dei fluidi, che gli permette di muoversi e difendersi fino alla completa calcificazione.
Perché l’esoscheletro del granchio si rompe?
Il motivo è semplice: l’esoscheletro non cresce insieme al corpo. Essendo rigido, deve essere sostituito periodicamente per permettere al granchio di svilupparsi. Ogni muta rappresenta una trasformazione, ma anche un momento critico: fino a quando il nuovo esoscheletro non si indurisce, il granchio è esposto a rischi ambientali e predatori.
Il granchio blu: un problema che diventa opportunità
Un caso recente è quello del granchio blu (Callinectes sapidus), diventato invasivo nel Mediterraneo. Il suo esoscheletro, ricco di chitina, è oggi al centro di studi innovativi: dai gusci si stanno ricavando materiali biodegradabili, batterie ecologiche e applicazioni biomediche. Un perfetto esempio di economia circolare applicata al mondo marino.
Conclusione
La rottura dell’esoscheletro del granchio è dunque una precisa strategia per sopperire a una necessità evolutiva. Comprendere questo meccanismo ci permette di apprezzare la complessità biologica di questi animali e riflettere su come anche le trasformazioni naturali più fragili abbiano un valore essenziale per l’equilibrio dell’ecosistema.
18 Giu 2025 | Magazine
Ogni anno, milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, trasportate da fiumi, venti, scarichi urbani e da un’abitudine purtroppo ancora diffusa: l’abbandono dei rifiuti. L’inquinamento marino da plastica è una delle emergenze ambientali più gravi e silenziose del nostro tempo.
Si stima che ogni anno tra 8 e 12 milioni di tonnellate di plastica raggiungano gli oceani, formando le cosiddette isole di plastica. Di questa massa di rifiuti galleggiante e sommersa, una parte significativa è costituita da bottiglie di plastica. Ma sapete quanto impiega una bottiglia di plastica a degradarsi in mare?
La risposta è sconvolgente. Vediamo quanto possono diventare pericolosi per l’ambiente questi oggetti comuni e quotidiani.
Quanto impiega una bottiglia di plastica a degradarsi in mare
Una bottiglia di plastica può impiegare fino a 450 anni per degradarsi completamente in mare. Lo affermano numerosi studi scientifici e istituzioni ambientali internazionali. Ma la notizia più sconcertante è che una volta degradata, la plastica continua ad essere inquinante per il pianeta perché le molecole che costituivano il polimero una volta decomposte si slegano l’una dall’altra e fluttuano singolarmente nel mare. Infatti, la plastica non sparisce mai davvero ma si frammenta in pezzi sempre più piccoli, invisibili ma letali, le microplastiche, che vengono ingerite da pesci, tartarughe, uccelli marini, provocandone il soffocamento. Entrano nella catena alimentare e, alla fine, tornano sulle nostre tavole.
Altri rifiuti che finiscono in mare: quanto impiegano a degradarsi?
Purtroppo, nelle spiagge e in mare la bottiglia di plastica, che abbiamo detto impiega fino a 450 anni a decomporsi, non è il solo materiale che inquina. Qui di seguito trovate una lista con i più comuni rifiuti e il relativo tempo medio di decomposizione. Noterete che per alcuni non basta una vita intera affinché spariscano dalla terra e questo significa che il problema si ripercuote sulle generazioni di domani.
- Sacchetto di plastica: 10 – 20 anni
- Rete da pesca (nylon): circa 600 anni
- Lattina di alluminio: 80 – 200 anni
- Bottiglia di vetro: fino a 1 milione di anni (o mai)
- Mozzicone di sigaretta: 1 – 8 anni
- Cannuccia di plastica: circa 200 anni
- Pannolini usa e getta: 400 – 500 anni
- Mascherine chirurgiche: 400 anni circa
- Carta (es. fazzoletti, imballi): 2 settimane – 3 mesi
- Gomma da masticare: circa 5 anni
Da cosa dipende il tempo di decomposizione
Queste che abbiamo appena visto sono delle stime in quanto i tempi di degradazione variano a seconda:
- Delle condizioni ambientali del posto in cui si trova il rifiuto (se si trova a terra o in mare).
- Se si trova in superficie sarà esposto alla luce solare e agli agenti atmosferici.
- Se si trova a contatto con altri materiali.
- Della temperatura e salinità.
Teniamo pulito il mare e le spiagge
Sapere quanto tempo impiega una bottiglia a degradarsi in mare ci deve far riflettere: la responsabilità è nostra e ogni gesto conta. Cosa possiamo fare?
Fare la raccolta differenziata, evitare la plastica monouso e raccogliere i rifiuti in spiaggia sono piccole azioni che possono salvaguardare l’ambiente marino e chi lo abita. Pensate alle tartarughe che restano intrappolate nelle reti da pesca o nei sacchetti, ai pesci pieni di microplastiche… occorre invertire la rotta.
Noi di Nieddittas rispettiamo il mare e il territorio perché consideriamo un dovere trasmettere ai nostri figli gli stessi valori e un mare e un ambiente se possibile ancora più puliti di quelli che abbiamo ricevuto in eredità. Attraverso una serie di iniziative concrete, come il monitoraggio continuo delle acque del Golfo di Oristano, la pulizia dei fondali marini, la trasformazione degli scarti di lavorazione delle cozze in risorse utili per l’ecosistema e il Percorso Naturalistico Corru Mannu che promuove l’educazione ambientale e il turismo sostenibile, l’azienda dimostra sia un impegno costante verso la sostenibilità ambientale e sia che è possibile coniugare attività produttive con la tutela dell’ambiente.
10 Giu 2025 | Magazine
C’è chi coltiva un proprio orticello nel terrazzo di casa e chi invece ha pensato di progettarlo in un ambiente insolito: sott’acqua. A qualche metro di profondità, dove ci aspetteremmo solo pesci e alghe, si trova a Noli Ligure il Nemo’s Garden, il primo orto sott’acqua che ospita erbe aromatiche e ortaggi.
Scopriamo quando è nato, come funziona e i vantaggi di quest’idea che trasforma il mare da semplice sfondo naturale a risorsa preziosa per il futuro dell’agricoltura.
Il primo orto sott’acqua è italiano
Il primo orto sott’acqua è Nemo’s Garden, situato a Noli, in Liguria, come accennato in introduzione. Nato nel 2012 dall’idea visionaria di Sergio Gamberini, fondatore dell’Ocean Reef Group, un’azienda di attrezzature subacquee, questo esperimento è oggi il punto di riferimento mondiale per l’agricoltura sottomarina.
Altri progetti pilota si stanno sviluppando in diversi angoli del globo, sempre con l’obiettivo di adattare il sistema a diversi mari e climi.
Ma come funziona l’orto sottomarino?
Questo innovativo sistema di coltivazione subacquea è costituito da sei biosfere trasparenti in materiale vinilico (in grado di permettere il filtraggio dei raggi solari), ancorate al fondale e riempite di ossigeno, che fungono da serre. All’interno di questi orti, che stanno ad una profondità compresa tra 6 e 8 metri, le piante crescono e vengono coltivate con un sistema idroponico.
Con la sua temperatura costante, l’umidità abbondante e la luce filtrata, il mondo sommerso si rivela un ambiente sorprendentemente fertile, pronto a sostenere nuove forme di coltivazione sostenibile.
La biosfera è quasi completamente autosufficiente perché si autoalimenta tramite pannelli solari e pale eoliche. Inoltre, grazie alla temperatura stabile del mare, le condizioni di crescita rimangono costanti anche durante le stagioni fredde e non necessita di pesticidi.
Le biosfere subacquee possono contenere sulle mensole massimo 100 piante e le colture cresciute attraverso questa tecnica hanno una qualità dal punto di vista organolettico pari o addirittura superiore rispetto alle piante coltivate sulla terra.
Cosa si può coltivare nell’orto sott’acqua?
Gli orti sott’acqua vengono utilizzati per coltivare diverse piante: erbe aromatiche (come basilico, origano, menta, timo), diverse specie di insalate, pomodori, fagiolini, zucchine, alcuni funghi e fragole. Il primo esperimento è stato fatto con il basilico, poi pian piano si sono aggiunte altre colture, fiori e anche semi di tabacco.
Non tutto cresce bene nel fondo del mare, per cui sono state provate specie capaci di adattarsi a cicli di crescita brevi e all’ambiente chiuso delle biosfere. Non si esclude in futuro la possibilità di piantare colture più complesse.
I vantaggi dell’orto subacqueo
La coltivazione nel fondo del mare, seppur ancora sperimentale, rappresenta una risposta sostenibile alla scarsità di suolo coltivabile e ai cambiamenti climatici. Pensate a quei Paesi caratterizzati da scarse risorse idriche e che si sviluppano lungo la costa, oppure quei territori ricchi di zone umide non troppo profonde. Nelle biosfere subacquee l’acqua marina evapora condensandosi e trasformandosi in acqua dolce.
I vantaggi dell’orto sott’acqua sono numerosi:
- Sostenibilità ambientale. Come sottolineato, non vi è nessun consumo di suolo fertile, comporta un basso uso di risorse e assenza di insetti e parassiti per cui nessun utilizzo di pesticidi o diserbanti.
- Il sapore è più intenso rispetto alle piante coltivate in maniera tradizionale.
- Le piante sono protette da eventi atmosferici estremi e i pesci non possono avvicinarsi perché le cupole sono chiuse.
- La temperatura è costante anche d’inverno e l’orto è costantemente monitorato attraverso un sistema audio e video.
Tuttavia, questa coltivazione idroponica, cioè fuori suolo, presenta degli svantaggi:
- Costi di installazione ancora elevati.
- Manutenzione subacquea non semplice, che richiede immersioni e strumenti specializzati.
Una nuova frontiera in campo agricolo
L’orto sott’acqua è un banco di prova per nuove forme di agricoltura autonoma e sostenibile. Offre una risposta alla crescente domanda globale di cibo e alla necessità di ridurre l’impatto dell’agricoltura tradizionale sull’ambiente. Anche se è una tecnica ancora sperimentale, l’orto sottomarino potrebbe diventare una soluzione concreta perché favorisce lo sviluppo alimentare proteggendo l’ambiente.
5 Giu 2025 | Magazine
Può capitare delle volte che invece del consueto blu o turchese, l’acqua del mare appaia di un colore verde brillante. Questo cambiamento cromatico è spesso indice di alterazioni nell’ecosistema marino. Scopriamo perché l’acqua del mare diventa verde, i rischi e cosa fare se ci si trova di fronte a questo fenomeno.
Perché l’acqua del mare diventa verde: le cause
La colorazione verde delle acque marine è generalmente dovuta al fitoplancton, una micro-alga alla base della catena alimentare, che a causa del cambiamento climatico può moltiplicarsi rapidamente dando origine a fenomeni noti come “fioriture algali”. Le cause di queste fioriture e dunque del mare verde sono:
- Temperature elevate. Il riscaldamento delle acque superficiali favorisce la crescita del fitoplancton.
- Presenza eccessiva di nutrienti, come azoto e fosforo, provenienti da scarichi agricoli o urbani che contribuiscono alla proliferazione del fitoplancton.
- Scarso ricambio delle acque, il ristagno o bassa circolazione marina che impediscono la dispersione delle alghe, accentuando il fenomeno.
Queste condizioni possono provocare conseguenze negative per la fauna e flora marina, come ad esempio una minore capacità di fotosintesi delle altre alghe presenti sui fondali con conseguente incapacità di nutrirsi e di catturare l’anidride carbonica.
Mare verde: casi recenti in Italia
Nel luglio 2023, nel golfo di Napoli è stata osservata una colorazione verde del mare. Le analisi chimiche delle acque del mare, secondo quanto riportato dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpac), hanno rivelato una fioritura di fitoplancton non tossico, appartenente alla classe delle prasinofite, favorita da alte temperature anomale e scarsa circolazione delle acque. Si è quindi escluso, come inizialmente si pensava, la presenza anomala di escherichia coli o di enterococchi intestinali.
Ma questo non è l’unico episodio. Un fenomeno simile si è verificato anche a Pizzo, in Calabria, dove l’eutrofizzazione, ossia la proliferazione algale, causata da fertilizzanti usati in agricoltura e dalle acque reflue non depurate, ha portato a una colorazione verde del mare.
Oltre i confini nazionali la situazione non è migliore. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e del National Oceanography Center britannico hanno dichiarato che circa il 56% della superficie marina globale è interessata da un cambio di colorazione, diventando sempre più verde. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature e ha preso in considerazione i cambiamenti delle acque oceaniche dal 2002-2022. Questi cambiamenti nella distribuzione e composizione delle alghe unicellulari e dei cianobatteri fotosintetici che producono il pigmento verde clorofilla sono attribuibili alla crisi climatica.
Come prevenire il fenomeno dell’acqua di mare che diventa verde
Da questi studi emerge l’importanza di monitorare e gestire le attività umane che influenzano la qualità delle acque marine e di ridurre l’inquinamento.
Il mare verde è un segnale evidente di un’alterazione dell’ecosistema acquatico legato a fattori antropici e ambientali. Se vi capita di vedere con i vostri occhi questo fenomeno è consigliabile segnalarlo alle autorità competenti e sospendere le attività di pesca e balneazione fino a quando non vengono chiarite le cause.
È fondamentale comprendere i motivi e le conseguenze di questo problema per adottare misure preventive e mitigative, così da preservare la salute dei nostri mari e delle risorse che offrono.
Solo attraverso una gestione integrata e responsabile delle risorse idriche possiamo garantire mari sani e produttivi, anche per chi vive del mare e per il mare come noi di Nieddittas.
28 Mag 2025 | Magazine
L’estate è ormai alle porte e milioni di italiani si preparano a scegliere la meta preferita per le vacanze. Per la maggior parte di loro la risposta è una sola: il mare. Nuotate nelle acque cristalline, relax sotto l’ombrellone, lunghe passeggiate al tramonto sulla battigia… la spiaggia è il simbolo per eccellenza delle ferie estive. Ma essendo un luogo pubblico, ci sono alcune regole da rispettare.
Ecco cosa non si può fare in spiaggia: comportamenti scorretti che possono contribuire alla rovina di un patrimonio naturale o disturbare il prossimo.
Cosa non si può fare in spiaggia: 13 regole generali
Esistono regole importanti per preservare la bellezza dei luoghi e la serenità di tutti. Chi non le rispetta può andare incontro a delle multe salate. Alcune azioni sono vietate solo in determinate spiagge, mentre altre sono cose che generalmente non si possono fare in spiaggia; per questo è bene leggere le ordinanze balneari e il regolamento del lido in cui si trascorre la giornata al mare.
In linea generale, nella spiaggia libera e privata non si può:
- Campeggiare o pernottare: piantare tende o dormire sulla spiaggia è proibito, a meno che non si tratti di aree appositamente predisposte.
- Abbondare rifiuti. Gettare immondizia in spiaggia o in acqua è sanzionabile e un grave gesto di inciviltà.
- Accendere fuochi o barbecue. Se vi è venuto in mente di organizzare una grigliata in spiaggia, magari per il giorno di Ferragosto, sappiate che è vietato per motivi di sicurezza e per prevenire incendi.
- Fumare. In alcuni comuni è vietato fumare anche fino a 10 metri dalla battigia. Si consiglia di controllare le regole del comune dove siete in vacanza, anche se generalmente il divieto è segnalato con cartello apposito in spiaggia. Ovviamente, anche dove è consentito fumare, è vietato abbandonare mozziconi di sigaretta sulla sabbia.
- Portare cani o altri animali. In molte spiagge non attrezzate o in orari non consentiti, non è possibile accedere con animali domestici.
- Prelevare sabbia, conchiglie o ciottoli. Raccogliere sabbia danneggia l’ecosistema costiero e ricordiamo che chi lo fa rischia sanzioni da parte della Capitaneria di Porto.
- Pescare. Per la pesca non professionale è necessario avere un’autorizzazione gratuita tramite il sito del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
- Ascoltare musica ad alto volume. Il rispetto della quiete altrui è fondamentale, soprattutto in luoghi pubblici; perciò, ascoltate la musica con gli auricolari e tenete un tono di voce basso per le conversazioni.
- Praticare giochi pericolosi o invadenti. Sport come il beach soccer o il lancio del frisbee sono spesso regolamentati per evitare disturbi o incidenti.
- Utilizzare shampoo o saponi nelle docce pubbliche. Sono vietati per evitare l’inquinamento delle acque marine.
- Sollevare la sabbia. Camminate lontano dagli altri bagnanti per evitare di alzare sabbia e controllate che i vostri bambini non corrano tra gli asciugamani degli altri.
- Lasciare l’ombrellone e attrezzature per più giorni consecutivi. Controllate le disposizioni specifiche del Comune in questione.
- Mangiare in spiaggia. Portare cibo e bevande non è vietato nella spiaggia libera, a patto che non si lascino rifiuti, ma può esserlo in alcuni stabilimenti balneari.
Preservare la spiaggia è un atto d’amore
Abbiamo visto cosa non si può fare in spiaggia, in compenso nulla vi vieta di godervi il sole, il relax, leggere un bel libro, fare il bagno e passeggiare sulla riva. Ricordate che preservare la spiaggia è il primo passo per continuare a viverla. Tenere pulite le spiagge non è solo una questione di civiltà, ma un atto d’amore verso l’ambiente e verso noi stessi.
Tra le tante destinazioni, il mare della Sardegna si distingue per la sua bellezza e natura selvaggia. Ma è proprio nei luoghi più belli che il rispetto per la natura diventa fondamentale. Per noi di Nieddittas la sostenibilità è un tema di estrema importanza: nella gestione dell’allevamento che si trova proprio in Sardegna, nel Golfo di Oristano, facciamo particolare attenzione anche al recupero degli elementi fissi che, a causa delle mareggiate, possono staccarsi dall’allevamento e depositarsi sul fondale marino. Le nostre procedure di qualità prevedono anche il controllo periodico e la conseguente pulizia dei fondali marini sotto i nostri vivai e più in generale nelle acque del Golfo vicine ai nostri allevamenti. Con queste operazioni di pulizia Nieddittas minimizza l’impatto dei vivai nell’ambiente del Golfo.
Il mare è un ecosistema fragile che è in pericolo a causa dell’inquinamento da plastica, e non solo, e per comportamenti irresponsabili. Ogni piccolo gesto può contribuire alla sua protezione e garantire un futuro sostenibile per la fauna marina e per le generazioni che verranno.