Quali sono i pesci in via d’estinzione?

Quali sono i pesci in via d’estinzione?

Secondo uno studio condotto dal biologo marino Boris Worm, entro il 2048 i nostri mari potrebbero essere vuoti. Ciò significa che potrebbe verificarsi un’estinzione di massa di numerose specie ittiche, specialmente causata dai livelli elevati di pesca, decisamente superiori rispetto alla capacità riproduttiva dei pesci.

Di fatto, dopo il 2048 gli uomini saranno costretti a cibarsi solo delle specie ittiche da allevamento, poiché circa il 30% dei pesci di cui ci nutriamo è a rischio estinzione.

I dati e le cause

Solo nel 2016 il quantitativo di specie ittiche che rischiava l’estinzione era pari a circa 643, secondo i calcoli riportati dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN). In particolare, la IUCN ha stabilito che si contano ben 1.100 specie di pesci a rischio e circa 3.200 di cui non si hanno abbastanza informazioni per stabilire il livello di pericolo.

I motivi che influenzano maggiormente l’estinzione di così tante numerose specie ittiche sono i livelli molto elevati di pesca, come abbiamo detto, ma soprattutto il fatto che si tratti di pesca illegale. Infatti, sebbene l’Unione Europea stabilisca ogni anno i limiti di pesca per ciascuna specie, l’uomo riesce a raggirare il sistema, causando enormi danni all’ecosistema marino. Non è un caso, ad esempio, che ben 100 milioni di squali ogni anno siano vittime di mutilazioni e lo stesso vale per i coralli e le specie protette.

Ancora, gli stessi metodi di pesca possono essere assai dannosi per le specie marine, come l’utilizzo di esplosivi, di reti abbandonate o di cianuro per accorciare i tempi. Ogni anno sono tantissimi gli animali che muoiono per colpa di questi mezzi brutali o che restano incastrati al loro interno senza potersi liberare.

Nella gestione dell’allevamento, noi di Nieddittas facciamo particolare attenzione al recupero degli elementi fissi che, a causa delle mareggiate, possono staccarsi dall’allevamento e depositarsi sul fondo marino. Le nostre procedure di qualità prevedono anche il controllo periodico e la conseguente pulizia dei fondali marini sotto i nostri vivai, riducendo al minimo l’impatto ambientale.

Pesci in via di estinzione: quali sono i principali?

A questo punto è possibile elencare quali sono le principali specie ittiche maggiormente a rischio estinzione. Naturalmente, tra i pesci a rischio estinzione rientrano quelli di dimensioni maggiori: come la cernia, lo squalo bianco, lo squalo mako, lo squalo angelo, il pesce spada, la verdesca e il tonno rosso.

La cernia è un pesce dalle dimensioni considerevoli, che è considerato particolarmente prelibato grazie alla sua carne. Tuttavia, il 12% delle specie di cernia è a rischio estinzione, a causa dei livelli di pesca eccessivamente elevati (soprattutto durante il periodo di riproduzione). Inoltre, se consideriamo che le cernie necessitano dai cinque ai dieci anni per potersi riprodurre le condizioni si aggravano notevolmente.

Per quanto riguarda lo squalo bianco, sappiamo che è particolarmente vulnerabile sotto il punto di vista dell’estinzione. Di fatto, si stima che, nel Mediterraneo, lo squalo bianco è già scomparso al 96%: il motivo è difficile da chiarire, ma secondo alcuni studi potrebbe essere legato al surriscaldamento globale e al cambiamento climatico.

Anche lo squalo mako, ovvero la specie di squalo più veloce del mondo, rischia di estinguersi. Non a caso è stato inserito nella lista rossa delle specie ittiche maggiormente in via di estinzione secondo la IUCN. Il motivo principale potrebbe derivare dalla pesca eccessiva, che ne minaccia la sopravvivenza. Lo squalo mako, infatti, è particolarmente pregiato per la sua carne e le sue pinne, che vengono vendute a prezzi molto elevati: questo porta gli uomini a cacciarne più del limite consentito. Anche in questo caso, la specie degli squali mako raggiunge la capacità riproduttiva molto tardi, perciò lo squilibrio che si crea tra pesci pescati e quelli in grado di riprodursi è particolarmente elevato.

Le condizioni dello squalo angelo sono decisamente critiche: si calcola che sia già completamente estinto nel Mare del Nord, ma anche nella maggior parte del Mediterraneo. Il fatto che lo squalo angelo sia a rischio di estinzione è legato all’utilizzo, da parte dei pescatori, del sistema di reti a strascico. Attraverso questo metodo brutale di pesca, numerosi squali angelo vengono involontariamente catturati e non rilasciati.

Quella del pesce spada è un’altra specie ittica particolarmente a rischio di estinzione. Si tratta di pesci dalla carne prelibata e molto buona, che molto spesso vengono pescati troppo giovani (dai zero ai tre anni), senza che si siano riprodotti. Di conseguenza, il quantitativo di pesce spada nel Mar Mediterraneo è fortemente diminuito, e si calcola che tenderà ad abbassarsi ancora nel corso degli anni, fino ad arrivare alla totale estinzione.

La verdesca è una specie ittica prossima alla minaccia di estinzione: infatti, essi vengono molto spesso catturati accidentalmente (bycatch). La maggior parte, sebbene venga liberata, non riesce comunque a sopravvivere dopo la cattura. Per questo, sono sempre più diffusi progetti che istruiscono i pescatori sul rilascio corretto di questa specie di squali, in modo da impedirne l’estinzione.

Anche il tonno rosso è tra le specie ittiche soggette al maggior rischio di estinzione. Conosciuto da tutti per la sua carne deliziosa e molto cara, questa tipologia di tonno è, da molto tempo, vittima della pesca illegale. Le sue catture sono aumentate del 1000% negli ultimi anni e le condizioni sono destinate a peggiorare con il passare del tempo. Il WWF ha lanciato un appello per permettere di salvaguardare il tonno rosso, e da oltre dieci anni si occupa di proteggere tutte le specie di animali in pericolo.

E gli altri?

Tra le specie in via di estinzione non rientrano soltanto i pesci, ma anche molluschi, coralli e altri mammiferi. Infatti, si contano tante altre specie ittiche a rischio, tra le quali rientrano la foca monaca mediterranea, la nacchera (o “pinna nobilis”) e i coralli bianchi.

La foca monaca mediterranea conta circa 700 esemplari rimasti in tutto il mondo, ed è una delle specie di animali maggiormente a rischio (addirittura più del panda). Essa, infatti, veniva cacciata soprattutto per il suo grasso e la sua pelliccia, oltre che per la sua carne.

La nacchera, anche nota come pinna nobilis, è una tipologia di mollusco particolarmente a rischio di estinzione. Di fatto, la sua presenza è messa a dura prova da alcune tipologie di parassiti, che ne minacciano l’esistenza.

Il corallo bianco costituisce gran parte delle barriere coralline, ma oggi la sua presenza è fortemente minacciata dalla pesca sportiva.

Quanta plastica c’è nel mare?

Quanta plastica c’è nel mare?

Siamo sinceri. Senza la plastica il mondo sarebbe un posto migliore, ma la nostra vita sarebbe un po’ più complicata.

Basti pensare che l’italiano Giulio Natta ha ricevuto il premio Nobel grazie all’invenzione del “moplen”. Quello usato per le vaschette e i contenitori di plastica in cui raccogliamo gli avanzi della cena per intenderci.

Per il trasporto e la conservazione degli alimenti la plastica è stata senz’altro una vera e propria rivoluzione, ma questo materiale non trova il suo impiego unicamente nel reparto ortofrutticolo del supermercato della nostra città e nella nostra cucina.

Guardiamoci intorno nella stanza in cui ci troviamo in questo momento. Quanti oggetti di plastica vediamo?

Parlare di plastica oggi è sempre più importante, soprattutto per quanto riguarda il nostro benessere.

Ricordiamoci però che il nostro benessere dipende in primo luogo dall’ambiente che ci circonda e sta a noi salvaguardarlo.

Noi di Nieddittas amiamo e rispettiamo il mare nel quale lavoriamo 365 giorni l’anno. Proprio per la qualità e l’efficacia della nostra azione di tutela, siamo stati scelti dalla FONDAZIONE MED SEA come esempio di tutela delle zone umide affidateci con la Concessione Regionale di pesca che riguarda la nostra attività.

Mare Nostrum

La plastica è stata sicuramente l’invenzione del secolo. L’uomo ha inventato un materiale che una volta modellato non avrebbe cambiato forma e non solo. Una volta creato avrebbe avuto l’essenziale caratteristica di durare nel tempo.

Un materiale che se ben gestito avrebbe dovuto limitare la produzione di nuovi rifiuti, paradossalmente è diventato la base della catena del consumo usa e getta. Bottiglie, giocattoli, buste, imballaggi, contenitori, bicchieri che una volta usati vengono gettati e spesso nella maniera sbagliata.

Ma dove finiscono tutti questi rifiuti di plastica?

È stato stimato che circa ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, 53 mila tonnellate solo nel Mar Mediterraneo. Inoltre, data l’elevata quantità di rifiuti che annualmente è prodotta da tutti i paesi del mondo, nel 2050 in mare ci sarà più plastica che pesci.

A differenza degli oceani in cui attraverso le correnti e le maree i rifiuti restano a largo, nel Mar Mediterraneo ritorna circa l’80% dei rifiuti sulle coste, perché è un bacino chiuso.

Dagli esami effettuati è stato notato che i rifiuti sono sparsi nel Mar Mediterraneo in maniera disomogenea.

Si può trovare una quantità maggiore di rifiuti vicino alle coste delle grandi città e alle rotte di navigazione.

Il litorale veneziano, Barcellona e Tel Aviv sono alcune delle città mediterranee più inquinanti. Teniamo in considerazione ad esempio, che a Venezia e nella zona del delta del Po vengono prodotti ogni giorno più di 18 kg di rifiuti in plastica per ogni chilometro di costa.

Gran parte della plastica dispersa in mare deriva da una gestione sbagliata dei rifiuti e la situazione peggiora con l’incremento dei flussi turistici. Alcuni studi hanno dimostrano che se non ci sarà un veloce miglioramento nella gestione dei rifiuti a livello mondiale, la quantità di plastica nei nostri mari sarà incrementata di dieci volte entro il 2025.

Anche le attività di navigazione e pesca sono fonte di inquinamento. Pensiamo alle immagini sempre più frequenti dei pesci impigliati in reti e nasse da pesca. Questo fenomeno è conosciuto come “ghostfishing”, ovvero pesca fantasma.

Un’altra percentuale infine deriva dai fiumi. Questi corsi d’acqua trasportano fino al mare oggetti in plastica di diverse dimensioni che sono state mancate dai sistemi di raccolta locali.

Il grande problema delle microplastiche

Altro tema caldo che riguarda i nostri mari sono le sempre più famose microplastiche.

Parliamo di microplastiche quando abbiamo a che fare con residui di pochi millimetri, che si sono creati direttamente in acqua dalla decomposizione di oggetti in plastica di dimensioni più grandi.

Le microplastiche sono contenuti anche in prodotti industriali come cosmetici, detersivi e pellet, oppure vengono dispersi in maniera fortuita ad esempio dal lavaggio di capi sintetici.

Solo una parte delle microplastiche vengono bloccate dagli impianti di depurazione, che finisce nei fanghi di depurazione che a loro volta sono impiegati nelle coltivazioni come fertilizzanti.

Il resto delle plastiche che non viene depurato arriva nei corsi d’acqua e quindi nei mari.

A questo punto le microplastiche possono essere mangiate delle specie marine e finire nei nostri piatti. È stato appurato infatti che ormai le microplastiche fanno parte della nostra catena alimentare, poiché sono state rintracciate delle loro tracce sia nell’acqua in bottiglia, che nel miele e in altri alimenti.

È stata calcolata negli ultimi anni nel Mar Mediterraneo la presenza di microplastica, che varia dalle 4.800 alle 30.300 tonnellate e che ogni settimana mangiamo involontariamente circa 5 grammi di plastica. Purtroppo non è ancora chiaro quanto questi residui plastici possano essere dannosi tanto per le specie marine, quanto per gli umani.

In fondo al mar

Per avere qualche notizia in più sui fondali del mondo marino dobbiamo affidarci agli studi effettuati dall’australiana Commonwealth Industrial and Scientific Organization (CSIRO).

Questa organizzazione si è servita di particolari robot sottomarini per scandagliare gli incontaminati fondali della Grande Baia Australiana. In seguito è stata fatta una valutazione approssimativa della quantità di rifiuti nei fondali di tutto il mondo.

L’esame è stato effettuato prelevando dei campioni di acqua ad una profondità superiore ai 3000 metri in sei differenti zone. I risultati ottenuti non sono incoraggianti vista la grande quantità di microplastiche rilevata in zone così recondite.

Poco confortanti sono le notizie che vengono anche da un’altra verifica, eseguita questa volta nell’Oceano Atlantico nel 2020 dal britannico National Oceanography Center (NOC).

L’esame si è svolto ad una profondità di circa 200 metri e sono state campionate 12 zone comprese in un’area di 10000 km estese da Nord a Sud dell’Atlantico.

La quantità di rifiuti rilevata è 10 volte maggiore di quanto era stato stimato prima della ricerca.

Isole di spazzatura

I rifiuti non sono solo un problema del fondale marino. Ci rendiamo conto di quanta plastica c’è in mare facendo una semplice nuotata. Non è raro trovarci circondati da involucri o tappi di bottiglie.

Molti di questi rifiuti rimangono sulla superficie dei nostri mari. Nei casi più gravi si formano delle grosse concentrazioni di immondizia che sembrano vere e proprie isole di plastica trascinate dalle correnti.

La più grande isola conosciuta è la Great Pacific Garbage Patch situata tra la California e l’Arcipelago delle Hawaii. È stata scoperta per puro caso durante una gara di vela alla fine degli anni ’90 ed è la più grande isola di plastica del mondo. Questa isola basterebbe a ricoprire gli Stati Uniti d’America e sfiorerebbe le 100 tonnellate.

Sfortunatamente nemmeno il Mediterraneo è esonerato da questa piaga. Tra l’Isola d’Elba e la Corsica è presente un’isola-spazzatura, che si distingue per la sua formazione periodica, ovvero in base alle correnti questa isola si ricrea solo in certe stagioni.

Fare la differenza

Prima di raggiungere un punto di non ritorno dobbiamo agire per tutelare l’ambiente e mettere fine al problema dell’inquinamento.

Si devono azionare tutti i governi per creare una normativa adeguata che regoli in primis la produzione di plastica monouso e lo smaltimento dei rifiuti.

In secondo luogo si deve creare maggiore consapevolezza a livello pubblico. Sensibilizzare ed educare la popolazione, far capire che la plastica non è l’unica scelta possibile.

Uno stile di vita più ecologico non è impossibile da mettere in pratica, soprattutto perché bastano delle piccole scelte più consapevoli e il mondo un giorno ci ringrazierà.

Quali sono i frutti di mare?

Quali sono i frutti di mare?

La cucina marinara italiana ha collezionato negli anni diverse ricette importanti e vanta delle materie prime di eccellenza. Cozze, vongole, gamberi e ostriche, costituiscono solo in parte il ventaglio di sapori che caratterizzano i frutti del nostro mare. Un buon piatto a base di frutti di mare riesce ad accontentare tutti i palati da nord a sud, in estate e in inverno.

In questo articolo, conosceremo i protagonisti di queste pietanze e i segreti dietro ad ogni gioiello marino.

Iniziate a prendere appunti… cominciamo!

Quali sono i frutti di mare?

I frutti di mare si suddividono in due grandi famiglie:

  • I molluschi comprendono gli esemplari privi di uno scheletro, sia interno che esterno. Appartengono a questa categoria, gli animali che sono custoditi da un guscio a due valve: cozze, ostriche, vongole e capesante tra i più noti. Per la costituzione particolare della loro conchiglia, prendono il nome di molluschi bivalvi.

A questa famiglia appartengono molti dei prodotti freschi Nieddittas che portano in tavola tutto il sapore unico del mare da cui provengono. Un gusto inconfondibile, che analisi e controlli garantiscono essere sempre sano e sicuro. In più, con il nostro servizio a domicilio potete ordinare su Whatsapp e ricevere direttamente a casa il miglior pescato del giorno con una consegna dedicata, con mezzi refrigerati e nel rispetto della catena del freddo.

Quando la corazza presenta una sola valva parliamo invece di molluschi gasteropodi. Le lumache di mare, le patelle e i murici sono gli esempi più popolari.

L’ultima classe di molluschi racchiude le specie prive di guscio o con un guscio interno, “i cefalopodi“. Ne fanno parte i calamari, i totani, le seppie, i polpi e altre varietà caratterizzate da tentacoli o ventose.

  • La seconda tipologia di frutti di mare è quella dei crostacei, costituiti da uno scheletro esterno. Fra questi, conoscerete senz’altro i granchi, gamberi e gamberetti, le aragoste.

Tutti questi frutti di mare sono i protagonisti delle ricette a base di pesce più diffuse nella gastronomia italiana. Vediamo ora in che modo portarli in tavola.

Ricette di mare

In cucina i frutti di mare sono degli ingredienti pregiatissimi e si adattano alla realizzazione di diversi primi piatti, uno più gustoso dell’altro. Utilizzati soprattutto per la creazione di sughi, guazzetti, zuppe e contorni di pasta, questi esemplari marini vengono generalmente consumati da cotti. Tuttavia, tanti estimatori dei sapori marittimi amano gustare queste delizie crudi e  senza alterarne il gusto. Vengono conditi solitamente con una leggera spruzzata di limone o un filo d’olio.

Se non sapete da dove cominciare, ecco alcune idee da provare:

Come cucinare i frutti di mare

Dopo aver individuato i piatti più gustosi da preparare, possiamo soffermarci sulle caratteristiche dei frutti di mare più prelibati.

Cozze

Le conosciamo bene. Si tratta di conchiglie triangolari dal guscio nero, con all’interno il frutto saporito di colore arancione. La loro preparazione è piuttosto semplice: partite dalla pulizia e togliete la barbetta, i filamenti del bisso e la sporcizia depositata sul guscio. Dopodiché procedete con l’apertura delle cozze, aiutandovi con un coltello o mettendo i frutti in una pentola calda. Aprendosi lentamente, espelleranno un liquido che risulterà prezioso per arricchire il gusto del vostro piatto.

Una volta pronte, saranno ottime per zuppe, sughi o per essere ripiene o gratinate. Eliminate le cozze che rimarranno chiuse, potrebbero essere avariate.

Vongole

Prima della cottura, è necessario far aprire i loro gusci chiari. In una pentola calda e senza condimenti le vongole si apriranno e rigetteranno il loro liquido. Qui, vige lo stesso consiglio offerto nella preparazione delle cozze: riutilizzate il liquido marino per la vostra ricetta.

Il sapore delicato e gustoso di questi frutti si presta perfettamente ad un piatto di pasta, ma si adatta anche alle zuppe a base di pesce.

Ultima raccomandazione: le vongole necessitano di una pulizia accurata. Assaggiatele bene prima di condirle per non alterarne la sapidità.

Capesante

Si riconoscono per la loro conchiglia biancastra che racchiude il frutto bianco e arancione, chiamati rispettivamente noce e corallo. Per aprirla avvaletevi dell’uso di un coltello, come per le cozze, rimuovete le parti non commestibili e sciacquate il corpo con acqua, per eliminare i residui di sabbia. È fondamentale in questa fase non utilizzare calore: la capasanta eccessivamente cotta risulterà dura e gommosa. Con gli stessi presupposti, non tenetela in cottura per troppo tempo.

Questo frutto di mare ha un leggero sapore dolciastro, per questo talvolta viene mangiato crudo con un filo d’olio e succo di limone. Sono possibili anche altre preparazioni: fritta, gratinata o ripiena con pane grattugiato, olio, aglio e prezzemolo, la capasanta è sempre buona. Nieddittas commercializza le capesante mezzo guscio.

Cannolicchi

I cannolicchi sono i frutti di mare caratterizzati da un guscio allungato a forma di tubicino. Vivendo sotto la sabbia dei fondali marini, necessitano di una pulizia precisa e curata per non ritrovarsi con granelli duri sotto i denti.

Saranno deliziosi all’interno di sughi e zuppe, ma anche cotti alla griglia e gratinati.

Fasolari

Con la tipica conchiglia rosso scuro, i fasolari hanno un sapore che ricorda le vongole e, come loro, si presentano in cucina all’interno di una zuppa di pesce o conditi con aglio e pomodoro.

Vengono consumati spesso anche crudi, con olio e limone.

Come vestirsi al mare

Come vestirsi al mare

Immagina di stare sdraiata su un’amaca all’ombra di una palma. Tieni in mano una noce di cocco con una cannuccia e guardi la distesa di sabbia bianca che hai davanti a te. Una leggera brezza soffia tra i capelli e ti fai trasportare dal suono delle onde azzurre.

Stai già pregustando la tua vacanza al mare, tutto ti sembra perfetto e per un attimo metti da parte l’ansia della prova costume.

E sì perché in valigia dovrai trovare spazio anche per la tua mise da spiaggia.

Ringrazia di non dover portare dietro uno di quei costumi del secolo scorso, perché quelli sì che sarebbero ingombranti da indossare per fare snorkeling.

Diciamola tutta: come vestirsi al mare non è più un problema!

Ogni fisico il suo costume

Oggi andare al mare è sempre più una questione di stile.

Sebbene non esistono le restrizioni di una volta su come vestirsi in spiaggia, passiamo sempre più tempo a scegliere nuovi costumi da bagno, parei, cappelli in paglia e altri accessori da abbinare.

Per quanto riguarda la questione costume abbiamo l’imbarazzo della scelta. Possiamo optare tra il costume intero con spalline, monospalla o a fascia. Più o meno sgambato e con scollature profonde nel davanti o sulla parte posteriore. Per essere perfetta ad un aperitivo in spiaggia o in barca, basterà un pareo per completare il look oppure un pantaloncino in jeans a vita alta.

Il trikini è l’ultima trovata della moda mare. È una via di mezzo tra il costume intero e il due pezzi: consigliato per chi vuole mettere in risalto il punto vita.

Con il bikini possiamo dare libero sfogo alla fantasia per adattarlo al meglio al nostro fisico. Un bikini con volant o un tessuto spesso dona un po’ di curve a chi non ne ha. Un bikini vintage con culotte e bustino risalta alla perfezione una donna curvy.

Il burqini è il costume ideato per le donne musulmane e copre tutto il corpo tranne viso, mani e piedi. Ideale per andare al mare nel pieno rispetto del culto.

Per gli uomini invece la scelta è principalmente tra boxer più o meno lungo e slip. Ovviamente anche in questo caso possono variare per fantasia, tessuto e il taglio più sportivo.

Cosa indossare al mare sopra il costume da bagno?

La scelta è molto ampia e tutto dipende dai nostri gusti.

Il pareo è senz’altro l’opzione più comoda. Ogni donna ne ha almeno uno dentro la borsa del mare da tirare fuori ad ogni evenienza. La sua versatilità nell’utilizzo, offre la possibilità di indossare ogni volta un vestito differente.

Long t-shirt in cotone con sneakers o sandali per un aspetto più casual, cinturino in corda alla vita e zeppa in sughero per le nostalgiche degli anni ’60.

Pantaloncino in jeans e kimono sono la coppia perfetta per una passeggiata sul lungo mare o per un aperitivo in spiaggia.

Se non si vuole fare a meno di un tocco di eleganza non ci resta che puntare su un caftano, borsa gigante meglio se in paglia e una fascia a turbante per raccogliere i capelli.

Se la comodità è la costante della nostra vita allora perché non scegliere un maxi abito? Cappello in paglia a tesa larga e sandalo e il look è perfetto.

Un tuffo nel passato

Per vedere la prima doma donna ritratta in due pezzi non bisogna sfogliare le pagine delle riviste di alta moda.

Piuttosto dovremmo recarci a Piazza Armerina in Sicilia: lì troveremmo il mosaico delle ragazze in bikini, che risale al IV secolo circa. A dire il vero quelle raffigurate sono delle atlete che si allenano e indossano abbigliamento sportivo.

Nell’antichità non era usanza comune andare al mare. Più frequenti invece erano le immersioni in fiumi, laghi e terme, spesso con finalità curative e purificative, fatte senza indossare alcun indumento.

La vera svolta nella storia del costume da bagno avveniva nel 1800.

Diciamo che allora l’abbigliamento da mare prevedeva qualche ritaglio in più di stoffa rispetto ai costumi che indossiamo oggi in spiaggia. Il corpo della donna doveva essere protetto non solo da sguardi indiscreti, ma anche dai raggi del sole. Per una nobildonna non era una buona idea prendere un po’ di tintarella, a meno che non volesse assomigliare ad una donna delle classi operaie.

In spiaggia le donne indossavano abiti leggeri di città solitamente di colore chiaro. Accessori indispensabili erano guanti e parasole.

Per fare un bagno al mare a inizio secolo le donne indossavano delle gonne. Queste “gonne da bagno” erano fatte in modo tale da non diventare trasparenti e da non alzarsi una volta bagnate. Alla gonna si abbinava anche un mantello chiuso sul collo.

Successivamente, l’abbigliamento da mare della donna cambiava forma. La gonna era sostituita da pantaloni che arrivavano al polpaccio e sopra era indossato un abito lungo fino al ginocchio. La mise era completata da cuffietta, calze nere e scarpette.

Verso la fine dell’Ottocento la moda alla marinara la faceva da padrona: abito un po’ più corto, pantaloni più stretti, scollatura rettangolare, magliette a righe bianche e blu. Il tutto fatto in flanella o lana, poiché erano i materiali più diffusi nei colori rosso, blu e nero.

Norme per il buon costume

Nel Novecento sempre più persone sceglievano di passare le loro vacanze in località balneari in voga come il lido di Venezia, Rimini, Ischia e Ostia. E sempre più persone si mettevano il problema di come vestirsi al mare.

I costumi da bagno diventavano sempre più aderenti, sia per le donne che per gli uomini.

Si diffondevano i primi costumi interi e lunghi pagliaccetti, sicuramente più pratici dei costumi del passato. Per il gentil sesso non era più necessario portare le calze, i vestiti erano ulteriormente accorciati e le scollature più ampie.

Nonostante questi cambiamenti l’abbigliamento da mare rimaneva molto pudico.

Esemplare era l’arresto della nuotatrice australiana Annette Kellerman per aver gareggiato con un costume, che le lasciava braccia e gambe nude.

Negli anni ’30 si riconsideravano i benefici del sole e quindi anche l’abbronzatura era vista di buon occhio.

E allora via con i primi costumi a due pezzi: corti pantaloncini a vita alta e bustini che coprivano l’ombelico.

Nel 1946 nasceva il primo bikini grazie allo stilista svizzero Louis Réard. Il piccolo reggiseno e la mutandina che faceva vedere l’ombelico erano state additate subito come scandalose. Per molti anni le poche donne che hanno avuto il coraggio di indossarli, venivano denunciate per oltraggio al pudore dalla polizia, che in spiaggia misurava la giusta lunghezza di un costume da bagno.

Al bikini era preferito il classico costume intero da pin up con scollo a cuore e camicetta annodata in via.

Solo negli anni ’60 grazie ad icone come Brigitte Bardot, il bikini iniziava ad essere un pezzo immancabile nel guardaroba di ogni donna.

I costumi da donna e da uomo cominciavano ad essere di dimensioni sempre più ridotte e prodotti con tessuti più pratici rispetto alla lana usata in passato.

Prova costume non ti temo

Dai secoli scorsi ad oggi c’è stata una vera e propria rivoluzione dei costumi, è il caso di dirlo. Dalle pesanti gonne e dai pantaloni da mare, si è arrivati ai giorni nostri in cui molte persone non solo preferiscono indossare costumi sempre più ridotti, ma molti scelgono spiagge per nudisti.

Anche questa può essere considerata come una scelta di stile, da intendere come libertà di espressione naturale del nostro corpo e non come culto della volgarità.

Quale che sia la scelta di come vestirsi al mare, la cosa che più conta è sentirsi a proprio agio con il proprio corpo. Solo così potremo superare una volta per tutte la fatidica prova costume.

Per pescare al mare ci vuole la licenza?

Per pescare al mare ci vuole la licenza?

In vacanza o durante il resto dell’anno, da soli o in compagnia, la pesca in mare può dare delle belle soddisfazioni. Questa attività appassiona circa 3.000.000 di italiani: si tratta di un dato importante e significativo, che fa capire quanto la pesca sia apprezzata e praticata lungo le coste italiane. Essa permette di passare momenti piacevoli e di vivere a contatto con la natura, lasciando da parte le preoccupazioni e i pensieri che ci tormentano nella vita quotidiana.

C’è da dire però che la pesca, così come la caccia, è diventata pian piano un’attività soggetta a un monitoraggio sempre più severo (giustamente), dovuto agli interventi più attenti alla tutela degli ecosistemi. Prima di iniziare con la lettura, vi consigliamo perciò di non dimenticare il buon senso nel praticare queste attività: pescate con rispetto per il mare e per tutti i suoi abitanti.

Per noi di Nieddittas il rispetto per il mare e per l’ambiente è uno dei valori più importanti. Effettuiamo oltre 6.000 controlli all’anno per monitorare lo stato di salute del mare garantendo, oltre che una sicurezza alimentare, anche il minimo impatto possibile sull’ecosistema.

Ora vediamo di fare un po’ di chiarezza su alcuni concetti imprescindibili riguardanti la pesca.

Cos’è la licenza di pesca?

La licenza di pesca è il documento che autorizza l’esercizio dell’attività di pesca professionale e può essere rilasciata dall’armatore di un’imbarcazione regolarmente iscritta nei registri delle imprese di pesca (d.lgs. n.153/04), e soprattutto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MIPAAF) – Direzione generale della Pesca marittima e dell’Acquacoltura – unità dirigenziale PEMAC III. Vediamo più nel dettaglio ciò che viene indicato sul sito del Ministero:

“Tale documento è valido per un periodo di otto anni dal suo rilascio, ma acquista efficacia solo a seguito del pagamento della tassa di concessione governativa, ed è rinnovabile su richiesta dell’interessato. Nelle more del rinnovo della licenza di pesca da parte dell’Amministrazione centrale è consentito alle Autorità marittime di rilasciare un’attestazione provvisoria sostitutiva della licenza di pesca. Tutti i dati relativi all’armatore, al proprietario e alla nave vengono inseriti nell’archivio elettronico delle licenze di pesca (Fleet Register) che consente di avere sotto controllo, in tempo reale, la flotta peschereccia italiana. Oltre alle licenze di pesca professionali vengono rilasciate specifiche licenze per unità che operano in impianti di acquacoltura o che utilizzano l’imbarcazione come unità appoggio per la pesca subacquea professionale”.

La licenza serve sia per la pesca in mare che per la pesca in acque interne? Serve sia per i professionisti che per i dilettanti?

Pescare in mare o in acque interne può essere un’attività di tipo professionale, oppure dilettantistica a scopo ricreativo. La legge disciplina queste attività, in modo tale che tutto avvenga secondo regole ben precise.

Per quanto riguarda la pesca in acque interne va richiesta la licenza alla regione di residenza, poiché ogni regione ha le proprie normative, costi e specificità. Il fattore in comune è sicuramente il possesso della licenza di tipo B, che si differenzia da quella di tipo A (per la pesca professionale).

Per quanto riguarda invece la pesca in mare ci sono da fare due importanti distinzioni:

  • Se praticate l’attività professionale avrete bisogno di una licenza a pagamento.
  • Se, invece, non praticate l’attività in maniera professionale (caso che tratteremo maggiormente da qui in poi) è sufficiente iscriversi sul sito del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, e richiedere gratuitamente la “licenza”, definita in questo caso permesso gratuito obbligatorio.

Cosa fare precisamente?

Rispondiamo ora alla domanda “per pescare al mare ci vuole la licenza?”. Diciamo che un permesso per pescare in mare serve in tutti i casi. Il PERMESSO GRATUITO OBBLIGATORIO, come dicevamo, è gratuito e prevede solamente pochissimi passi. Innanzitutto entrate nel sito del MIPAAF:

  • Per accedere all’applicazione occorre registrarsi.
  • Una volta compilati i campi obbligatori, si riceve una mail all’ indirizzo indicato, attraverso la quale è possibile completare la registrazione.
  • Aprendo il link contenuto nella mail, si accede alla pagina del Ministero nella quale è riportato il codice di attivazione.
  • A questo punto è sufficiente stampare la pagina e sistemarla insieme all’ attrezzatura da pesca. La pagina stampata costituisce il titolo (cioè il permesso gratuito obbligatorio) per l’esercizio dell’attività sportiva.

La legge prevede invece delle licenze speciali per chi effettua le seguenti attività:

  • Acquacoltura, ossia allevamento di pesci.
  • Imbarcazioni usate come appoggio per la pesca subacquea.
  • Pesca speciale del pesce allo stadio giovanile.

Da quando esiste la licenza di pesca?

La licenza di pesca in mare è stata introdotta solamente nel 2010: fino ad allora non era previsto l’obbligo di possedere un permesso. In realtà, come dicevamo, in questo caso non si tratta di una vera e propria licenza, ma di una sorta di segnalazione con la quale si comunica al Ministero la propria intenzione di esercitare l’attività con i propri dati personali.

Nel 2010, per poter rilevare e censire il quantitativo della pesca sportiva e ricreativa in mare, il Ministero ha introdotto l’obbligo per i pescatori maggiori di 16 anni di comunicare, mediante l’apposito portale, i propri dati anagrafici specificando l’attività di pesca svolta. Il foglio stampato della ricevuta di comunicazione rappresenta la licenza di pesca in mare e costituisce titolo per l’esercizio della pesca dilettantistica, sia da terra che dalla barca.

Quali sarebbero le eventuali sanzioni?

Nel Decreto Ministeriale del 6 dicembre 2010 si legge che se durante un controllo il pescatore sportivo risulta privo della suddetta comunicazione, la pesca sportiva viene sospesa. In questo caso l’interessato deve provvedere a effettuare la registrazione entro dieci giorni, con una multa fino ai 2000 euro. Non è chiaro se le sanzioni possano essere applicate sin da subito o solo nel caso di mancata regolarizzazione entro i dieci giorni previsti.

ATTENZIONE: nel corso del tempo le dichiarazioni hanno subito diverse proroghe di validità. Questa volta la proroga della licenza di pesca è stata concessa per ben tre anni (2020-2021-2022) invece di uno, come avvenuto con i precedenti decreti.

Cosa portare in vacanza al mare

Cosa portare in vacanza al mare

Molto spesso la preparazione dei bagagli è l’ultima cosa a cui si presta attenzione, sebbene si tratti di una delle azioni più importanti da fare prima di partire in vacanza.

Scegliere cosa mettere in valigia non sempre si rivela così semplice, specialmente se le vacanze sono lunghe e temiamo di dimenticare qualcosa di importante a casa. Ciò che fa la differenza è l’organizzazione e questo articolo può esservi utile per ricordare tutto ciò che è necessario portare in vacanza con voi. Inoltre, vi daremo dei pratici consigli per portare quello di cui avrete bisogno.

Vacanze al mare: accessori e abbigliamento

Per prima cosa, è bene iniziare dall’abbigliamento e dagli accessori, utili per migliorare il look da spiaggia, ma anche per proteggere la pelle dal caldo eccessivo. A tal proposito, ricordate cappelli, infradito, occhiali da sole e una borsa da spiaggia.

Se desiderate proteggervi dal sole sappiate che i cappelli bianchi sono quelli più adatti. Dunque, evitate quelli neri o comunque scuri che attirano maggiormente il calore e le radiazioni solari. Anche gli occhiali fanno la differenza: la luce solare può essere davvero fastidiosa per gli occhi, quindi risulta necessario proteggerli. Scegliete quelli dotati di lenti grandi, in modo da impedire alla luce di attraversarle.

Le infradito sono tra gli accessori che non possono mancare, in quanto oltre a proteggere la pelle dal calore troppo eccessivo della spiaggia, danno quel tocco in più all’outfit. Ormai ne esistono di tutti i tipi, da quelle a fantasia hawaiana a quelle monocolore, quindi potete sbizzarrirvi. Assicuratevi, però, che siano resistenti e realizzate con materiali buoni.

Per quanto riguarda l’abbigliamento, ovviamente ricordate i costumi in quanto si tratta di una vacanza al mare. Valutate quanti portarne a seconda della durata del soggiorno, ma è sempre meglio aggiungerne uno in più in valigia piuttosto che ritrovarsi senza.

Ancora, scegliete diverse tipologie di vestiti, alcuni adatti per la spiaggia (come parei, pantaloncini, top o magliette corte), e altri perfetti per uscire la sera (abiti più eleganti, camicie e gonne).

Se siete amanti dello sport e la mattina desiderate uscire a correre ricordate di inserire in valigia anche capi più sportivi e comodi. In generale, vi consigliamo di scegliere abiti e vestiti in lino o cotone, molto più leggeri e semplici da mettere nel bagaglio, poiché occupano poco spazio e di portare con voi diverse tipologie di vestiti, in modo da avere anche gli abiti giusti se il clima dovesse peggiorare.

Anche le scarpe sono molto importanti: l’ideale sarebbe optare per un paio di infradito e per un altro paio più formali, da poter indossare la sera.

Cura e bellezza

Ciò che non può mancare in valigia sono i prodotti per la cura della persona e della pelle, specialmente quando si va in vacanza al mare.

A tal proposito, ricordate lamette, spazzolini e dentifricio. Inoltre, acquistate una crema solare adeguata a tutti, in modo da proteggere la pelle totalmente da eventuali scottature (meglio quella da 50). Lo stesso accade per il burro cacao con fattore di protezione, che ha l’obiettivo di proteggere le labbra dalle radiazioni solari.

Ricordate spazzola, shampoo, deodorante, profumo e bagnoschiuma, ma fate attenzione ai viaggi in aereo: controllate se potete portare solo un bagaglio a mano o una valigia da imbarcare.

Infine, è importante avere con voi un repellente per gli insetti e per le zanzare, e una crema per eventuali punture di meduse o di altri animali. È sempre meglio avere un kit di pronto soccorso, per ogni evenienza. Mettete solo le cose essenziali, come un termometro, qualche medicinale per mal di testa e nausea, cerotti e acqua ossigenata.

Vacanze al mare: oggetti utili da spiaggia

Tra le cose che non possono non essere portate durante una vacanza al mare abbiamo, sicuramente, i teli da spiaggia. Se non disponete di molto spazio nei bagagli assicuratevi che possiate prenderli in noleggio dall’hotel o dal bed&breakfast.

Nel caso in cui possiate spostarvi in macchina e quindi abbiate la possibilità di sfruttare più spazio, ricordate maschere, sdraio e materassini, in modo da rendere la vostra vacanza al mare più divertente. Molti hotel permettono di noleggiare questi oggetti.

Documenti e tecnologia

Naturalmente, ricordate di portare con voi documenti e portafogli. Se siete amanti della lettura in spiaggia optate per e-book, che vi consentiranno di risparmiare spazio in valigia.

Ricordate il caricabatterie e gli auricolari, oltre a un caricatore portatile e a un adattatore se la meta delle vostre vacanze è fuori dall’Italia. In tal caso, fondamentale avere tessera sanitaria e carta di identità/passaporto.

Consigli utili

A questo punto vi elenchiamo i consigli migliori per ottimizzare lo spazio in valigia e per trascorrere delle bellissime vacanze al mare. Per prima cosa, è consigliabile consultare il meteo prima di partire: in questo modo saprete con esattezza ciò che è meglio portare con voi. Optate per borse da spiaggia di medie o grandi dimensioni, così da poter mettere teli da spiaggia, cruciverba, crema solare e portafogli.

Onde evitare che lo shampoo e le creme si rovescino e macchino i vestiti, è consigliabile porli all’interno di sacchetti di plastica. In particolare, è meglio utilizzare flaconcini in plastica, soprattutto se dovete viaggiare in aereo.

Per abbassare il rischio di dimenticare qualcosa in hotel è utile fare una lista delle cose che scegliete di portare, da spuntare al ritorno. Ecco quella che potete utilizzare:

  • costumi;
  • crema solare;
  • occhiali da sole;
  • borsa da spiaggia;
  • cappello;
  • infradito;
  • kit di primo soccorso;
  • repellenti per zanzare;
  • soldi;
  • documenti;
  • vestiti;
  • teli da spiaggia;
  • medicinali.

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