Cos’è Ocean Cleanup?

Cos’è Ocean Cleanup?

Ogni nazione del pianeta sta impiegando tutte le sue energie per migliorare i metodi della produzione e la raccolta dei rifiuti. Ma non basta.

Ogni anno, infatti, continuano a essere gettati in mare circa 8 tonnellate di plastica.

Sappiamo inoltre che la plastica impiega diversi secoli per decomporsi e nel frattempo si frantuma in tanti piccolissimi pezzi che finiscono dritti nel nostro piatto.

Messa in questi termini non è difficile capire il grave danno che le nostre azioni creano all’intero ecosistema e alla nostra salute. Per non parlare dell’economia.

Ripulire i mari con sistemi di pulizia attiva con l’uso delle reti, non solo causa un grande dispersione di energia, ma ha anche alti costi.

È così che il giovane olandese Boyan Slat sembra aver trovato una valida soluzione creando la fondazione no profit Ocean Cleanup.

Come funziona Ocean Cleanup?

L’obiettivo che Slat si è prefissato nel 2013 è molto chiaro: ripulire gli oceani dalla plastica.

Per mettere in atto il suo progetto doveva creare un metodo non convenzionale. Nasceva così l’idea di utilizzare un sistema passivo che sfruttasse le forze naturali del vento e delle correnti totalmente alimentato da energia solare.

Solo nel 2018 il giovane inventore ha creato il primo Ocean Cleanup System. L’impianto è formato da un grosso tubo galleggiante a forma di U lungo fino due chilometri che avrebbe concentrato la plastica su un unico punto in modo fa facilitarne la raccolta.

Il primo test fatto in mare ha messo subito in evidenza i punti deboli del progetto. Una corrente troppo forte o le onde troppo alte impedivano di catturare tutti i residui di plastica che si trovavano nei paraggi.

Un nuovo prototipo quindi prevedeva l’aggiunta di un’àncora lasciata a 600 metri di profondità e di un pannello rigido che avrebbe viaggiato sotto al tubo galleggiante in modo da bloccare del tutto la plastica. Così facendo l’andamento di tutto l’impianto sarebbe stato rallentato per una raccolta più proficua.

L’Ocean Cleanup infatti può raccogliere più di 5 tonnellate di plastica al mese.

L’obiettivo più grande è quello di eliminare il 50% di rifiuti nel Great Pacific Garbage Patch ogni cinque anni e il 90% della plastica in tutti gli oceani entro il 2040.

Anche per noi di Nieddittas il tema della sostenibilità ambientale è un sentimento profondo che ci lega alla natura a cui siamo uniti in modo così stretto. Il rispetto per il mare e per l’ambiente ci è stato insegnato dai nostri padri, quei pescatori che, oltre 50 anni fa, si unirono per la prima volta facendo nascere la nostra cooperativa. Ed è ancora oggi uno dei valori fondamentali della nostra comunità.

Le nostre procedure di qualità prevedono il controllo periodico e la conseguente pulizia dei fondali marini sotto i nostri vivai e, più in generale, nelle acque del Golfo vicine ai nostri allevamenti. Con queste operazioni di pulizia Nieddittas minimizza l’impatto dei vivai nell’ambiente del Golfo.

Non solo mare

Il grande progetto di Boyan Slat non si ferma agli oceani.

L’inventore olandese è andato a ritroso ripercorrendo la strada che la plastica fa prima di disperdersi nella vastità del mare.

Secondo le ricerche intraprese dalla fondazione i 1000 fiumi più grandi del mondo producono l’80% dell’inquinamento marittimo.

E quindi perché non intervenire anche in questi corsi d’acqua e bloccare in anticipo il viaggio della plastica?

The Interceptor è il progetto che si concentra sull’inquinamento fluviale ed è un catamarano a energia solare.

I rifiuti intercettati dall’impianto sono incanalati da una barriera verso la bocca dell’Interceptor e vengono trascinati dalla corrente sul nastro trasportatore fino alla navetta.

A questo punto la plastica viene smistata in sei contenitori dalla capienza di 50 metri cubi che possono raccogliere più di 50.000 chili di plastica al giorno. Se il catamarano lavora senza sosta può raddoppiare questa quantità.

Il posizionamento dei catamarani è gestito insieme a istituzioni governative e private, in modo da identificare il punto del fiume più inquinato senza disturbare il traffico navale.

Attualmente ci sono tre Interceptor che intervengono in tre grandi fiumi dell’Indonesia, della Malesia e della Repubblica Dominicana.

La soluzione che guarda all’oceano

Ma non è tutto. Liberare i fiumi e gli oceani dai rifiuti di plastica è solo un primo passo.

Dove finisce tutta la plastica raccolta?

Nel 2013 Boyan Slat si è concentrato sul problema della plastica nei mari.

Ha fatto ricerche direttamente negli oceani per monitorare come la plastica si sposta prendendo come punto di riferimento il Great Pacific Garbage Patch e ha mappato il livello del suo inquinamento con una spedizione aerea.

Grazie a queste indagini e ai successivi sperimenti più o meno riusciti il giovane olandese ha trovato il rimedio al problema dei rifiuti: l’Ocean Cleanup System e l’Interceptor aiutano a ricreare un ecosistema che è stato gravemente danneggiato dall’uomo.

Una volta che la plastica viene recuperata dall’acqua è costantemente monitorata. Dal momento che lascia il mare la plastica è etichettata, registrata e sigillata in determinati contenitori, in modo da poter facilmente tracciare il suo percorso. Infine viene riciclata. E qui nasce l’altra grande soluzione di Slat.

Creare dei durevoli occhiali da sole fatti unicamente dalla plastica oceanica certificata.

Per questo nuovo progetto la fondazione no profit ha lavorato insieme ai due più grandi produttori di occhiali: Yves Béhar e Safilo.

Insieme è stato creato un prodotto che trova un grande utilizzo tra gli utenti e soprattutto è destinato a durare nel tempo, ma comunque facilmente riciclabile.

Quando la plastica recuperata arriva in Olanda viene selezionata in base alla sua composizione: plastica fibrosa come quella delle reti da pesca e plastica dura.

Occhiali e custodia sono fatti interamente con le reti da pesca ricavate unicamente dal Great Pacific Garbage Patch.

Per creare gli occhiali le reti devono subire una lavorazione particolare che prevede cernita, triturazione, lavaggio, asciugatura e estrusione.

Infine, trattandosi di un’organizzazione no profit l’intero ricavato dalla vendita è destinato a finanziare nuovi programmi di pulizia.

Un paio di occhiali che costa circa 200 dollari serviranno a ripulire una superficie pari a 24 campi da calcio.

Per un mare più pulito

Nonostante lo scopo e i grandi risultati raggiunti in così poco tempo dall’Organizzazione Ocean Cleanup, non potevano mancare le critiche.

C’è chi sostiene che gli impianti di Slat possano recare disturbo alle specie marine.

Inoltre, non sarebbero efficienti al 100% visto che la soluzione trovata dalla fondazione è inefficacie per la raccolta delle microplastiche.

C’è persino chi afferma che un progetto che gestisce una raccolta così massiccia di plastiche, avrebbe un effetto contraddittorio per le persone e sarebbero più invogliate a sporcare e produrre nuovi rifiuti.

Probabilmente è ancora troppo presto per avere un quadro chiaro con risultati certi.

Sicuramente raccogliere subito grandi rifiuti di plastica può evitare l’aggravamento del problema delle microplastiche.

Inoltre, dimostrare l’efficacia di un progetto così complesso può aiutare ad educare la popolazione a salvaguardare l’ambiente e cambiare le sue abitudini.

Critiche a parte, il giovane inventore di Ocean Cleanup ha saputo giocare bene le sue carte guadagnandosi la fiducia di molti finanziatori.

Grazie alla sua idea, Slat ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti.

Nel 2014 ha ricevuto il premio “Champions of the Earth” del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, nel 2018 è stato premiato come European entrepreneur of the year dal Leonardo da Vinci international art e da Euronews e Forbes nel 2016 lo ha incluso nella lista dei “30 under 30” e tanti altri.

Oltre ai riconoscimenti l’Ocean Cleanup continua a ricevere ingenti donazioni che permettono di portare avanti il grande progetto di un ragazzo che non ha avuto paura di sognare in grande.

Solo così è possibile cambiare il futuro del mondo intero.

Prendere il sole in spiaggia fa bene ai cani?

Prendere il sole in spiaggia fa bene ai cani?

Portare il proprio amico a 4 zampe in spiaggia e condividere con lui le proprie vacanze è divenuta un’abitudine frequente, ma le implicazioni che ciò comporta non sono del tutto facili e positive. Il nostro amico deve spesso affrontare non solo viaggi lunghi in automobile, ma anche delle soste o passeggiate nelle ore calde della giornata. Se per le persone si tratta di disagi sopportabili, per un cane questi momenti possono trasformarsi in una vera e propria sofferenza, con conseguenze anche molto gravi.

Spesso ci si dimentica, infatti, che il cane non suda con il corpo. Diversamente dagli esseri umani, completamente rivestiti di ghiandole sudoripare, il cane per raffreddarsi e disperdere calore deve ansimare a bocca aperta e può contare solo su zone molto limitate in cui avviene la traspirazione, come le mucose della bocca e i cuscinetti plantari. Tuttavia, in alcune condizioni con temperature particolarmente elevate o nelle ore più calde, anche questo meccanismo interno può non essere sufficiente e il cane potrebbe manifestare un disagio serio che non deve essere trascurato.

Vediamo dunque alcuni consigli utili per far sì che la permanenza in spiaggia sia piacevole anche per il nostro amico animale!

I benefici dell’esposizione solare

Innanzitutto, il sole favorisce l’assorbimento della vitamina D: essa fa parte del gruppo delle vitamine liposolubili, ovvero quelle che si sciolgono in grassi e oli, andando a immagazzinarsi principalmente nei tessuti adiposi dell’organismo.

La vitamina D è un nutriente fondamentale in grado di regolare i livelli di fosforo e calcio, i due minerali che contribuiscono allo sviluppo e al rafforzamento delle ossa, prevenendo la comparsa di malattie legate al sistema osseo, come l’osteoporosi.

Occorre evidenziare che anche se la vitamina D si trova in diversi tipi di alimenti, la sua fonte principale rimane il sole.  Nel caso degli esseri umani la pelle assorbe direttamente la vitamina D, ma nel caso degli animali il pelo le impedisce di arrivare fino alla pelle, per cui l’olio trasformato in vitamina D resta nel pelo del cane: quindi, dopo essere stato al sole, si lecca le zampe e il resto del corpo per riuscire ad assorbirla.

Ma la vitamina D ha ulteriori benefici per il nostro amico peloso:

  • Il miglioramento del sistema muscolare, determinante per la salute del cane, giacché si tratta di animali in costante movimento;
  • Un rimedio per lo stress, fattore che risulta estremamente positivo per i nostri piccoli amici, soprattutto quando si trovano da soli in casa;
  • Rinforza il sistema immunitario, riducendo il rischio che il cane soffra di qualsiasi tipo di infezione alle vie respiratorie;
  • Il sole migliora lo stato d’animo, perché stimola la produzione di serotonina, una specie di antidepressivo naturale;
  • La qualità del sonno migliorerà grazie alla secrezione della melatonina, ormone che ha il compito di regolare il ciclo del sonno degli animali;
  • Allevia il dolore alle articolazioni nei cani anziani. Il pelo di questi ultimi è molto più debole rispetto a quello dei cani giovani, per cui questi animali tendono a soffrire maggiormente il freddo e a soffrire di malattie reumatiche.

Attenzione ai rischi

Come per tutte le cose, gli eccessi sono da evitare. Quando l’esposizione al sole è prolungata, infatti, può generare danni spesso difficili da curare. Se esistono cani con una pelle resistente ai raggi ultravioletti, ne esistono altrettanti con una pelle dalla pigmentazione molto debole, così come esemplari privi di un pelo adatto a proteggerli.

In linea generale, si potrebbe affermare che gli amici a quattro zampe non hanno bisogno di protezione solare. Il loro pelo dovrebbe proteggerli a sufficienza e, inoltre, di solito cercano da soli zone d’ombra. Tuttavia, ci sono sempre delle eccezioni.

Alcuni animali, infatti, sono più predisposti a soffrire di lesioni alla pelle a causa dell’esposizione al sole (è il caso dei cani a pelo corto, o che presentano scarsa o nulla pigmentazione della pelle). Corrono un rischio maggiore anche i cani che perdono molto pelo a causa di allergie o problemi ormonali.

Se il vostro animale domestico si trova tra i “gruppi a rischio”, dovreste applicargli una crema solare, soprattutto nelle aree più sensibili (pancia, ascelle, muso, punta delle orecchie, zone poco pelose o carenti di pelo). L’ideale sarebbe premunirsi di prodotti solari appositamente pensati per gli animali, privi di fragranze e coloranti, resistenti all’acqua e con un fattore di protezione solare di 15 o più.

Altre importanti raccomandazioni per proteggere i cani in spiaggia

  • Evita che il cane stia al sole per molte ore, soprattutto se si tratta delle più calde della giornata. Le alte temperature potrebbero portare al colpo di calore, con conseguenze anche piuttosto gravi;
  • Cercate di mantenere sempre idratato il vostro cane, fornendogli sempre dell’acqua e bagnandogli la testa;
  • Evitate di far camminare il cane nella sabbia rovente, affinché non si brucino le zampe;
  • All’uscita dal bagno in mare, è consigliabile risciacquare il cane e tamponarlo con un asciugamano per eliminare residui di cloro o sale;
  • Non tosare il pelo del cane. I peli gli permettono di adattarsi ai cambiamenti di temperatura e, inoltre, togliergli il pelo significa esporli maggiormente ai raggi ultravioletti.

Il cane potrebbe presentare dei sintomi di colpo di calore: respirazione accelerata, temperatura corporea alta, salivazione eccessiva, aumento del ritmo cardiaco, pelle bluastra a causa della mancanza di ossigeno, lingua scolorita per la disidratazione, barcollamenti e tremori, vomito.

In tutti questi casi dovrai agire rapidamente, metterlo all’ombra e bagnargli la testa e il resto del corpo con asciugamani bagnati d’acqua fresca.

Attenzione, però, a non causare uno sbalzo termico eccessivo: per questa ragione non devono mai essere usati ghiaccio o acqua fredda per rinfrescarlo, perché si provocherebbe una vasocostrizione che rallenta il processo di raffreddamento. Non bisogna, nemmeno, forzare il cane a bere acqua: sarà il veterinario a intervenire valutando le condizioni fisiche dell’animale.

Insomma, ai cani piace stare al sole perché per istinto sanno che la luce solare ha numerosi benefici. L’esposizione al sole in spiaggia fa bene, se non eccessiva e con tutte le altre dovute precauzioni!

Cosa mangiare al mare?

Cosa mangiare al mare?

Ammettiamolo: molti di noi stanno già aspettando con trepidazione l’arrivo delle ferie. L’estate è quasi alle porte, intanto possiamo iniziare ad assaporare il relax tanto desiderato. E a proposito di sapori, voi siete tipi da “panino al bar”, da “pranzo al sacco” o da “ristorantino”?

Ebbene sì, sulla questione del cibo da mangiare in spiaggia non siamo tutti uguali. C’è chi se ne frega beatamente della dieta e si porta dietro il pranzo della nonna, c’è chi si sente a proprio agio con un’insalatina leggera, c’è chi non ha problemi nel comprarsi qualsiasi cosa gli capiti a tiro nella vetrina del chiosco.

Portarsi il cibo da casa è sicuramente il modo migliore per risparmiare e per mangiare con più sicurezza. È una scelta saggia anche al fine di evitare spiacevoli inconvenienze di qualsiasi tipo, soprattutto per quanto riguarda le allergie e le intolleranze.

Le “regole” di partenza

Un consiglio molto importante è quello di mangiare leggero e non appesantirsi, facendo attenzione:

  • Ai colpi di sole
  • Ai tempi della digestione
  • A non mangiare/bere nulla di troppo freddo.

Cercate, quindi, di evitare pasti pesanti come fritti, pasta al forno, pizze… Evitate anche di immergervi bruscamente in acqua, ma controllatene la temperatura ed entrate gradualmente, bagnandovi a poco a poco per evitare uno sbalzo termico.

Ma andiamo al sodo: se siete arrivati fino a qui è perché quasi sicuramente vorreste sapere cosa mangiare al mare, soprattutto nei casi in cui vi portiate voi il cibo. Qua cerchiamo di chiarire tutto nel dettaglio: non vi resta che proseguire la lettura!

Pasta fredda

Ne esistono tantissime versioni da preparare in pochissimi minuti e, solitamente, piace a tutti. Vi conviene cuocere la pasta al dente e fare attenzione affinché non rimanga acqua in eccesso nel contenitore. Sono ottime le pennette con basilico e pomodorini a crudo e un filo d’olio d’oliva buono, ma ci sono tantissime altre ricette sfiziose e leggere. Per esempio:

  • Farfalle con feta, olive, pomodorini e basilico;
  • Fusilli con tonno e mais.

Insalate di cereali

Partiamo con un classico dei classici: l’insalata di riso. Nel caso del riso si possono creare tantissimi abbinamenti freschi e gustosi, ideali per una giornata al mare. Alcuni condimenti sono: tonno, pomodori, olive, verdure grigliate e come tocco finale una manciata di capperi, ma voi potete mettere quello che più vi piace! Se avete amici che hanno gusti misti e diversi, vi conviene portare gli ingredienti separati, in modo tale che ognuno possa personalizzare la propria insalata a piacimento.

Il couscous è un altro cereale molto gustoso, di solito accompagnato da spezie e salse. In realtà è ottimo anche con abbinamenti più semplici, per esempio con ceci, pomodorini e menta fresca. Se volete provare, invece, un abbinamento un pochino più azzardato, che ne direste di un tocco di curry al couscous con zucchine e gamberetti?

Un altro cereale che puoi usare nella preparazione di insalate fresche è il farro, un ingrediente sempre più presente nelle nostre tavole. Ha un basso contenuto di grassi ed è ricco di vitamine, fibre e ha pochissime calorie. Perfetto con olive taggiasche, melanzane in padella e pomodorini.

Volete una variante del riso senza glutine? La quinoa fa al caso vostro: vanta numerose proprietà nutritive, tra cui un alto contenuto proteico. Preparate un’insalata con questo cereale e con l’aggiunta di zucchine, fagiolini e cubetti di feta, ma nulla vi vieta di modificare la ricetta come più vi aggrada!

Altre idee sfiziose

  • Un piatto leggero che potrebbe fare al caso vostro è la caprese, oppure prosciutto crudo e melone;
  • Le frittate sono molto comode e gustose, ma occhio perché le uova tendono a provocare una digestione lunga;
  • Un’insalata di mare, fresca e gustosa: l’importante è scegliere prodotti della migliore qualità, come quelli offerti da Nieddittas. La nostra filiera garantisce un prodotto sempre sano e sicuro, controllato con attenzione in ogni fase della lavorazione.
  • Un altro piatto delizioso da portare al mare sono le polpette di verdure al forno. Di solito è consigliabile prepararle il giorno prima, così non perdiamo troppo tempo la mattina, prima di andare al mare;
  • Se invece non avete voglia di portarvi appresso stoviglie e posate, una comodissima soluzione è quella composta da tramezzini e panini. Un abbinamento classico è il pancarrè integrale con zucchine grigliate, pomodoro e formaggio cremoso.

Frutta e dolci

Sulla spiaggia non si può sicuramente fare a meno della frutta, ancor meno della macedonia. La bella stagione ci dà una scelta piuttosto ampia! Non conditela prima, in modo tale che si mantenga fresca e croccante per ore. Scegliete sempre della frutta di stagione, come fragole, melone, anguria, susine, prugne, pesche e albicocche.

Se vi viene voglia di dolce a metà mattina o nel pomeriggio, una scelta scontata e comoda potrebbe essere quella di prendere il gelato al chiosco più vicino. Noi però vi diamo un’idea alternativa, ovvero portarvi da casa i biscotti fatti in casa (tempo permettendo). In questo caso, per mantenerli bene, metteteli in un contenitore di latta o dentro un barattolo di vetro con chiusura ermetica e conservateli sempre dentro la borsa frigo!

Per la merenda di metà mattina o pomeridiana va benissimo anche uno yogurt, naturale o alla frutta. Meglio evitare, invece, “il cibo spazzatura” e gli alimenti troppo zuccherini, bibite gassate o alcoliche.

Ricordatevi di idratarvi sempre tantissimo, con acqua non fredda e, soprattutto, non lasciate nessun tipo di rifiuto in spiaggia!

3 Misteri e leggende del mare

3 Misteri e leggende del mare

Il mare ha sempre stimolato l’immaginario e la fantasia dell’uomo, il quale ha trasformato i fondali in luoghi leggendari, ma non solo. Ha anche svolto un ruolo importante in alcune delle storie misteriose che tutt’oggi non forniscono una spiegazione scientificamente provata.

Pensando ai misteri e alle leggende del mare, vi potrebbero essere venute in mente le teorie sull’enigma di Atlantide o i misteri ancora mai risolti sull’affondamento del Titanic. Ma essendo questi dei temi già ampiamenti dibattuti (seppur bellissimi e dei quali non ci si stancherà mai di parlare), in questo articolo abbiamo invece scelto di affrontare 3 vicende meno conosciute, ma molto curiose e ricche di mistero, in parte accadute nella realtà e in parte arricchite dalla fantasia.

Non è un mistero, invece, la qualità delle nostre Nieddittas perché vengono dalla nostra filiera di eccellenza in Sardegna. Una filiera controllata che rispetta il mare e il territorio e che vi garantisce un prodotto sempre sano e sicuro, controllato con attenzione in ogni fase della lavorazione, dal mare fino alla vostra tavola.

  1. Il Mare del Diavolo

Il Mare del Diavolo si trova al largo delle coste sud-orientali giapponesi, ed è tristemente conosciuto come un’area di sparizioni misteriose di navi e aerei.  In giapponese è noto come Ma No Umi e viene chiamato anche il triangolo del Drago. Il termine deriva dalle fiabe tradizionali giapponesi, che raccontano di dragoni che vivono sotto la superficie della Terra. Secondo lo studioso Ivan T. Sanderson, il Mare del Diavolo sarebbe uno dei 12 vortici del diavolo al mondo. Secondo il biologo scozzese si tratta infatti di uno dei 12 punti in cui si catalizzano delle forze magnetiche capaci di far accadere cose inspiegabili: da qui il nome “vortici nefandi”.

Questa zona è classificata come pericolosa dal governo nipponico ed è famosa non solo per le sparizioni, ma anche per gli eventi paranormali. Tra il 1950 e il 1955 sparirono almeno 6 navi con i rispettivi equipaggi. Una delle ipotesi fu che, a causa delle correnti calde e fredde, ci furono delle disfunzioni elettromagnetiche che compromisero gli strumenti di navigazione. Il governo giapponese decise di mandare in avanscoperta degli scienziati per poter indagare sulla misteriosa faccenda, ma… nessuno di loro fece ritorno. Solo in un secondo momento fu trovato il relitto della nave, ma non il suo equipaggio di 31 persone.

Attorno al Mare del Diavolo ruota poi una leggenda antica, secondo la quale in questo mare vi abita il Diavolo con altri mostri, in attesa dei navigatori da uccidere. Si dice, inoltre, che nel XIII secolo Kublai Khan (il quinto gran Khan dell’impero mongolo) cercò di invadere il Giappone, ma finì col perdere i vascelli e 40.000 uomini mentre attraversavano il triangolo del Drago.

  1. Il meccanismo di Antikythera

Nell’estate del 1901, una tempesta costrinse un gruppo di pescatori di spugne greci ad approdare sulle rocciose spiagge di Antikythera, a poche miglia marine da Citera. Una volta finita la tempesta, i pescatori decisero di esplorare i fondali dell’isola, nella speranza di raccogliere qualche spugna pregiata. Ma a 43 metri di profondità scoprirono il relitto di una nave che risaliva alla metà del primo secolo a.C. Una volta tornati a Creta, i pescatori riferirono del ritrovamento e così gli archeologi greci iniziarono a esaminare il relitto e a portare in superficie interessanti reperti (anfore, statue in bronzo e in marmo ecc., che poi vennero puliti e classificati).

Tra gli oggetti ritrovati, uno in particolare sorprese gli esploratori: un meccanismo in bronzo e altre leghe di metallo, formato da ruote dentate incastrate tra di loro. Il meccanismo verrà poi denominato il meccanismo di Antikythera: inserito in una specie di cornice o scatole di legno, fu destinato a diventare uno dei più grandi misteri legati al mare.

Oggi questo misterioso oggetto può essere ammirato al Museo Archeologico di Atene, dove si trovano anche una serie di pannelli che illustrano le principali ipotesi sul suo funzionamento.

Solo nel 1951 il Professore Derek de Solla Price riuscì a datare con precisione l’oggetto, dimostrando che era stato effettivamente realizzato in Grecia in un’epoca precedente a quella del relitto, più precisamente tra il 200 e il 70 a.C. Egli ipotizzò che si trattasse di una specie di calcolatore astronomico in grado di determinare con precisione sia il calendario lunare che quello solare.

Più recentemente, nel 2016, un gruppo di tecnici ha scansionato il meccanismo con un apparecchio a raggi X, permettendo di leggere un’iscrizione nascosta fino a quel momento. Il risultato rivelò che il meccanismo di Antikythera era uno strumento capace anche di prevedere le eclissi del sole e della luna, e in grado anche di calcolare le date dei giochi olimpici. Ma, nonostante le strepitose scoperte, le sue funzioni non sono ancora state accertate del tutto e il meccanismo rimane un rompicapo non risolto.

  1. La piramide di Yonaguni

Uno dei siti sommersi più misteriosi al mondo si trova tra il Giappone e Taiwan, precisamente al largo della costa meridionale dell’isola di Yonaguni. Nel 1987, un subacqueo giapponese di nome Kihachiro Aratake la scelse come ambientazione per girare un documentario sugli squali martello. Egli si immerse per primo e fu sorpreso da quello che vide: da sotto la superficie del mare si innalzavano grandi piramidi a gradoni regolari. Davanti alla struttura piramidale, c’erano anche due pilastri di oltre 8 metri che richiamavano un arco di trionfo. A più di 30 anni dalla sua scoperta, gli studiosi si chiedono ancora se si tratti di una conformazione naturale o dei resti di una civiltà sconosciuta e antica, quasi a ricordare una Atlantide giapponese.

Il Professor Masaaki Kimura, docente di geologia, sostiene che si tratti di un’antica civiltà risalente all’epoca glaciale: egli ha effettuato molte immersioni sul sito di Yonaguni e afferma di aver scoperto i resti di un acquedotto, di un paio di strade e anche intere pareti decorate con dei bassorilievi artistici. Secondo il Professore, non ci sarebbero dubbi sul fatto che la piramide sia opera dell’uomo.

Inutile dire che ci sono stati anche sostenitori di altre ipotesi, come quelli secondo i quali si tratterebbe di una civiltà di alieni. L’ipotesi dell’antica civiltà sommersa è stata comunque messa in dubbio dai geologi subacquei John Anthony West e Robert Schoch: secondo loro le piramidi non sono altro che il risultato di una geologia di base e di una classica stratigrafia di rocce arenarie, che tendono a staccare tra loro diverse placche di fondali marini, creando il particolare “spettacolo visivo” dato anche dalla presenza di una forte attività sismica.

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