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Nell’immaginario comune le perle si trovano solo all’interno delle ostriche, ma grazie ad una tecnica di innesto ideata e brevettata dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli si potranno produrre le perle nelle cozze.

Raccontiamo come e perché le cozze fanno le perle.

Perle nelle cozze: la scoperta

I molluschi perliferi più famosi sono le ostriche della specie Pintada margaritifera, che sono allevate nella regione indo-pacifica. Le perle più pregiate sono quelle che provengono dall’Oceano Pacifico, dai cosiddetti Mari del Sud. Ne esistono diverse per colore, dimensione e lucentezza. Molto ricercate le perle dorate, vi sono poi anche quelle di Acqua Dolce che arrivano dai corsi d’acqua e dai bacini naturali situati nella Cina continentale.

Ma non sono solo le ostriche perlifere a produrre questi oggetti preziosi. Da una ricerca made in Italy si è scoperto che anche i mitili (Mytilus galloprovincialis) sono in grado di produrre perle.

La ricercatrice Sara Fioretti, durante il suo Dottorato, ha scoperto assieme ai colleghi che anche le cozze, come gran parte dei molluschi, mettono in atto un meccanismo di difesa per “inertizzare” i corpi estranei che non riescono ad essere espulsi. Secernano così una sostanza organica con cui avvolgono i corpi estranei; si tratta di strutture sferiche costituite da carbonato di calcio perfettamente assimilabili a quelle delle ostriche.

Indagini più approfondite hanno dimostrato che anche la Pinna nobilis, comunemente nota come nacchera di mare, può produrre perle abbastanza grandi.

Le cozze nostrane potrebbero quindi entrare in competizione con le nobili ostriche nella produzione di perle e si è inoltre scoperto che condividono con esse alcune proteine funzionali alla formazione della conchiglia esterna.

La tecnica di grafting

Nel laboratorio dell’Ischia Marine Center della Stazione Zoologica, i ricercatori hanno messo a punto una tecnica di “grafting” (letteralmente ‘innesto‘) mai sperimentata prima, particolarmente innovativa e semplice.

Hanno iniettato, attraverso un piccolo buco praticato nella valva superiore della cozza e senza intaccarne i muscoli e la funzioni fisiologiche, una piccola sfera di plastica modellabile. Con lo stesso materiale hanno richiuso il piccolo foro, senza provocare alcun danno al mitile.

Dopo 6 mesi si sono iniziati a vedere i primi risultati e dopo 1 anno si è ottenuta una perla completa. Questa tecnica di innesto ha ottenuto il brevetto e secondo i ricercatori sarebbe migliore di quella tradizionale usata negli allevamenti del Pacifico sulle ostriche. Per questo Sara Fioretti ha ricevuto a Trieste il premio Bernardo Nobile – bandito dall’Area Science Park – per la miglior tesi di dottorato che abbia portato al deposito di un brevetto.

I vantaggi della produzione di perle nelle cozze

Ecco i vantaggi di questo nuovo business del futuro:

  • Determina bassissima mortalità nei mitili.
  • È economica.
  • Non richiede personale altamente specializzato.
  • Permetterebbe di sfruttare le porzioni di mare non più adatte all’uso alimentare. Gli allevamenti non sarebbero dismessi e anzi si sfrutterebbe il ruolo di filtro naturale delle cozze nella depurazione delle stesse acque.
  • Si tratta di allevamenti senza sprechi; gli esemplari adulti, una volta prelevata la perla, potrebbero essere utilizzati per fini alimentari, ad esempio come prodotto confezionato.
  • Gli allevamenti sarebbero a basso impatto ambientale perché non intensivi e limiterebbero le importazioni da Oltreoceano.
  • Infine, si potrebbero avere risvolti economici positivi sull’intera filiera della miticoltura, perché la produzione di perle da usare in campo farmaceutico e cosmetico rappresenterebbe un plusvalore.

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